Il cinema sta violentando la tv

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Nella letteratura giornalistica più recente c’è un certo parlare di una presunta “maturità” raggiunta dalla tv con le serie tv, a scapito del cinema. Lo spartiacque è stato I Sopranos checon quella narrazione profondamente dickensiana ha fatto capire al mondo che per incollare la gente allo schermo bisogna raccontare le persone più che la natura, la palude dell’inconscio sociale più che l’ariosa socialità pubblica.

«Lavoriamo su un modello che ci permette di fare quello che hanno fatto benissimo i romanzi: raccontare storie lunghe, con dei personaggi solidi e una parabola drammatica. Dickens sapeva farlo bene. Siamo tornati a quello stile».

Elwood Reid, in L’età dell’oro dei teleromanzi, Internazionale 3/9 ottobre 2014, n. 1071, p. 95. 

C’è un errore di fondo nel porre la questione nei termini di un confronto tra cinema e tv. Si tende a considerare il fenomeno della “maturità” delle serie tv come una sorta di “vittoria” della tv sul cinema, quando invece è tutto il contrario. È un errore che tendono a fare gli americani, che da imperialisti sono aridi di storia, ed è un errore che tende a fare anche il giornalismo letterario italiano che sbava dietro le produzioni statunitensi. Esemplare è il bell’articolo di Mattia Carzanica su Studio che, pur avanzando il sospetto che la tv se la stia tirando un po’ troppo, non procede oltre questa intuizione (che lo porterebbe a scoprire quello che chiarirò più avanti) e si limita ad affermare superficialmente «la definitiva supremazia della televisione sul cinema».

Osserva giustamente James Wolcott su Vanity Fair: «La tv, inizialmente derisa come una scatola idiota […] è creativamente maturata e si è fatta le ossa», ma poi si precipita a concludere che la scatoletta ha messo «il cinema al tappeto della cultura popolare […]». È vero, continua Wolcott, che le serie tv «hanno trasfigurato gli spettatori e trasformato i critici in evangelici. Per profondità e dinamiche psicologiche dei personaggi, svolte narrative ingegnose, sequenze che lasciano a bocca aperta» ma da qui a sentenziare che «la tv ha superato i film, lasciandoli a giocare coi loro robottoni» è un’ingenuità bella e buona. La scatola idiota erano i telequiz. Mike Bongiorno e Tony Soprano raccontano nella stessa scatola due cose molto diverse.

La glorificazione della tv dopo appena quindici anni di splendide serie tv è manifesta insicurezza della tv stessa, senza dimenticare che la fruizione di un telefilm è al limite dell’anti-televisivo: quasi più nessuno le vede “in diretta”, ma quando ne ha voglia. Ai tempi dei Lumière si glorificava il cinema quasi con terrore: quando l’oggetto è sublime la differenza tra reverenza, ammirazione, rispetto e paura scompare, ed è pericoloso liquidare questo sentimento, basti vedere cosa succede a Fantozzi quando bistratta con sufficienza questa potenza sublime. All’inverso, oggi glorifichiamo le serie tv con la stessa ingenuità di Fantozzi. Non ci vuole quindi molto a capire quanto la cosa puzzi.

È da qui che bisogna partire, dalla potenza dello schermo, dalla potenza della copiatanto odiata da Platone amante del dire le cose come sono, senza fronzoli. Su questa base è difficile mettere in opposizione cinema e tv, si sfiorerebbe il ridicolo. La letteratura giornalistica tende invece a porre una finta opposizione, come quasi tutte le opposizioni poste dal giornalismo. Sembrerebbe che la tv con la serie tv stia vivendo una primavera, una sorta di rinascita, ma in verità non sta nascendo proprio niente. Tutto è già nato più di cento anni fa e le serie tv stanno qui proprio ad attestarlo.

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Non è un caso che il primo vero serial televisivo, equiparabile per qualità a un’epopea cinematografica, parla fondamentalmente di una persona che va dallo psicoanalista. Tony Soprano è la tv che, per sopravvivere al trauma di essere stata violentata dal cinema, è dovuta passare per la stanza del terapeuta.

Più che la tv abbia sconfitto il cinema, quindi, mi sembra che la tv abbia piuttosto capitolato di fronte all’arte del cinema facendosi contaminare (senza dimenticare che stiamo parlando della stessa famiglia). La tv delle serie tv di oggi intrattiene sempre, e non smette di intrattenere, come ha sempre fatto, letteralmente: ti trattiene sul divano. Ma lo fa in modo qualitativamente diverso rispetto al passato, determinandosi come una qualità che emerge nel tempo attraverso la quantità. C’è alla base un’estensione quantitativa del tempo: ciò che ci piace delle serie tv è molto di più dell’intrattenimento classico di un paio d’ore, piuttosto godiamo nel totalizzare giornate intere in poltrona in un susseguirsi di stagioni televisive come fossero stagioni dell’anno solare. Viaggiamo nel caleidoscopio di personaggi e ci facciamo contaminare dalle emozioni che provano, di cui ammiriamo insieme l’interpretazione e il personaggio, in un corto circuito nel quale non riusciamo più a distinguere dov’è l’attore e dov’è il personaggio (per questo la morte di un attore ci colpisce quasi come se lo conoscessimo di persona).

A me tutto questo sembra romanzo, teatro, cinema. Dov’è la tv? Allora a questo punto, prima di annunciare la capitolazione del cinema di fronte alla tv, bisognerebbe domandarsi che cos’è quest’ultima, perché mi pare ci sia un po’ di confusione. Di cosa parliamo quando parliamo di tv? Della conduzione di Fabrizio Frizzi, dei telequiz di Bongiorno, delle fiction di Bova o della Baltimora nigger di The Wire? Quattro cose nettamente eterogenee tra loro che hanno in comune soltanto il mezzo nel quale vengono messe in scena.

Nelle serie tv la qualità e lo spessore del racconto emergono dalla quantità: un buon telefilm ha bisogno di molto più tempo del cinema (un tempo enorme al confronto) per dirti la stessa cosa. Potrebbe essere questo un punto di partenza per comprendere la loro differenza, senza dimenticare, parafrasando il filosofo francese Gilles Deleuze, che in entrambi i casi la famiglia è la stessa: un’immagine-movimento nel quale il tempo viene trasfigurato.

La casualità tragica del bullismo

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Uno psicoanalista taglierebbe corto e direbbe che l’intenzione inconscia del ragazzo che a Napoli oggi ha sfondato il colon a un suo coetaneo infilandogli un compressore nel culo era quella di ucciderlo. Niente di grave, stiamo parlando di inconscio, intenzioni che nessuno ammetterebbe, un campo nel quale la legge non può intervenire, soltanto il chiaroscuro moralmente scandaloso dell’analisi. È la ragione per cui il ragazzo-bullo ha tutto il diritto di difendersi dall’accusa di tentato omicidio e non verrà invece giudicato da un processo popolare. Ed è il motivo per cui è molto probabile che non verrà condannato per tentato omicidio.

Quello che è successo oggi a Pianura mi ha fatto venire in mente il film Codice d’onore (A Few Good Men, 1992) che racconta un processo nel quale una coppia di marines sono accusati dell’omicidio di un commilitone (Santiago), punito - a causa della sua disponibilità a cantare un altro commilitone - con un nonnismo finito male.

Santiago era troppo debole e insicuro per la dura vita da militare, così come il ragazzo di Napoli era troppo goffo agli occhi profondamente insicuri dei tre bulli di periferia (davvero di periferia, di Pianura). Entrambi i gruppi di bulli (i due commilitoni del film e i tre ragazzi di circa 24 anni) si sentivano sicuri nel posto dove si sono svolti i fatti: i militari erano coperti dai loro superiori sulla base del “codice rosso” (un provvedimento disciplinare non ufficiale) e i tre ragazzi dal fatto che almeno uno di loro era imparentato con il proprietario dell’autolavaggio, così da sentirsi liberi di abbassare i pantaloni della vittima, prendere un compressore e infilarglielo con accuratezza nel culo.

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C’è una casualità tragica nel bullismo, una linea molto sottile tra la vita e la morte, un’ingenuità molto potente nell’atto: non puoi immaginare quanto fragile possa essere un corpo. Gli adolescenti giocano con il proprio corpo, tutti ci abbiamo giocato almeno una volta, non che tutti siamo stati bulli ma tutti, da adolescenti con un corpo in continuo cambiamento, almeno una volta abbiamo sperimentato la vicinanza di questo confine, vuoi sbronzandoci pesantemente, vuoi tuffandoci in acqua da quindici metri, vuoi sperimentando la potenza di un compressore nell’orifizio di un’altra persona. La casualità sta nell’ubriacarsi nel posto e con le persone giuste, nell’entrare in acqua con l’angolo corretto, e nell’infilare un compressore ovunque, ma non nel buco del culo di una persona, a meno che - e qui lo scandalo della psicoanalisi è rivelatore - non vuoi la sua morte.

I quotidiani non sanno come prendere la notizia. L’episodio è bizzarro perché i genitori dei carnefici possono essere interpellati fino a un certo punto: i carnefici sono appunto maggiorenni. Ma la necessità di irrigidire le posizioni è troppo forte per il giornalismo quotidiano: così compare il “branco” e il “povero ciccione”. La domanda è, seguendo il tragicomico stereotipo: come avranno fatto a trovare il buco del culo?

In questo racconto surreale i genitori dei carnefici impersonano il colonnello Nathan R. Jessep (Nicholson): nonostante i loro figli siano colpevoli, sostengono (e non smetteranno mai di farlo) che si è trattato di un gioco finito male. È vero, è stato solo un gioco, ma giocato senza conoscere le regole visto che non mi sembra che sapessero bene quanto potente possa essere un compressore utile a gonfiare ruote che devono sostenere un’auto pesante qualche quintale. Immagino la faccia che avevano quando si sono resi conto di quello che hanno fatto, qualcosa di molto simile ai due stupidi militari che credevano che infilando uno straccio in bocca a Santiago non l’avrebbero soffocato. 

Codice d’onore finisce con i due imputati militari accusati di omicidio scagionati dalla volontarietà del crimine ma congedati con disonore, seguendo il filone classico hollywoodiano della giusta giustizia: non sei colpevole agli occhi della legge ma non per questo agli occhi della società resterai per sempre un vile.

Pink Floyd

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Ho letto la prima traduzione italiana di un testo di Friedrich A. Kittler (foto in alto), filosofo tedesco che ho scoperto da poco. Il libro si chiama Preparare la venuta degli dei, Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd (titolo originale: Das Nahes der Gotter vorbereiten) e raccoglie tre conferenze. La seconda conferenza, Il dio delle orecchie, contiene una straordinaria e serrata ermeneutica dei Pink Floyd, il gruppo che ha inventato la musica dopo la musica moderna. 

Il discorso di Kittler è il seguente: l’arrivo del sound, termine con il quale Kittler indica la nascita del suono riproducibile elettronicamente, ha determinato l’emancipazione del suono vero e proprio, liberandolo dalla sua in-scrizione nelle parole, nella metrica, per farlo esplodere come semplice suono. Il sound di Kittler ha implicito il surr-ound, il suono che ti avvolge da tutte le parti senza una sorgente identificabile se non il suo stesso suono.

«E pensare che tutto era iniziato in modo così semplice. Roger Waters, Nick Mason e Richard Wright, tre studenti di architettura nell’Inghilterra degli anni Sessanta, si esibivano con le loro chitarre nei teatri di periferia suonando vecchi classici di Chuck Berry. Si chiamavano The Architectural Abdabs, un gruppo che oggi nessuno ricorda più. Un bel giorno di primavera del 1965, si unì a loro un chitarrista e cantante che inventò il marchio Pink Floyd, cioè il nome della band e il sound che lo caratterizza: amplificatori sovramodulati, mixer come quinto strumento, suoni vorticanti nello spazio e tecnologia delle basse frequenze combinata con l’opto-elettronica fino ai limiti del possibile. Con buchi neri al posto degli occhi, Syd Barrett apre al rock’n’roll il dominio dell’astronomia, Astronomy Domine».

Rovesciando la tesi di McLuhan, Kittler conclude che con l’arrivo del sintetizzatore (per i Pink Floyd il Coordinatore Azimuth) il medium non è più il suo stesso messaggio ma ritorna di nuovo propriamente medium, mezzo, strumento di qualcosa che non appartiene più strutturalmente alla cosa che riproduce: se la televisione ti chiede di guardarla, non importa cosa basta che guardi lei, il sintetizzatore ti chiede di ascoltare, non importa da dove esca fuori il suono basta che ascolti.

«[…] in presenza del denaro e della follia cadono tutte le barriere ed è stato Barrett e nessun altro a fornire la prova assicurando ai Pink Floyd, con il Coordinatore Azimuth, una superiorità tecnica su tutti gli altri gruppi musicali. Come dice già il nome, il Coordinatore Azimuth è un impianto di amplificazione che riesce a far arrivare all’ascoltatore singoli suoni, tracce e stratificazioni all’interno della massa sonora in posizioni variabili a piacimento lungo le tre dimensioni spaziali: Brain Damage ne celebra la gloria».

Alla base della sparizione del medium-messaggio e del ritorno del medium come strumento che produce qualcosa che non gli appartiene, c’è il ruolo particolare che ha l’orecchio su tutti gli altri sensi. Riprendendo l’osservazione dello psicoanalista francese Jacques Lacan secondo il quale l’orecchio è l’unico orifizio del corpo che non si può chiudere, Kittler conclude che l’ascolto non è un atto volontario: a differenza della visione, del sapore, del tatto e dell’olfatto, il suono ci piove addosso senza che possiamo controllarlo. L’udito è l’unico senso che si stoppa solo al prezzo della sordità: possiamo smettere qualche volta di guardare e odorare, ma mai di ascoltare. 

«Nel regno dell’acustica le cose non funzionano come nello show business: «Le orecchie sono, nel campo dell’inconscio, il solo orifizio che non possa chiudersi» [J. Lacan, Il seminario. Libro XI]. Dal prato attraverso il corridoio fin dentro alla testa: l’inarrestabile avanzamento della follia passa per orecchie incapaci di difendersi e, alla fine della canzone, che sia Brain Damage The Wall, gli argini si sono ormai rotti, la testa esplode e si sentono solo urla che rimangono inascoltate».

Nel sound non c’è più primarietà del medium sul messaggio come voleva McLuhan. La musica dei Pink Floyd è oggetto di qualcosa su cui il medium non esercita più alcun controllo. Il medium, dopo decenni di autoreferenzialità, ritorna a mediare. Il messaggio del sound non si in-scrive più nel Reale per mezzo del medium, permettendo a quest’ultimo di dominare pensieri ed emozioni, ma lo travalica. Il sintetizzatore è insomma un medium vecchia maniera, propriamente mezzo: mette davanti (di dietro, da sinistra, da destra, da sopra, da sotto) all’ascoltatore il sound e nient’altro. Il prezzo da pagare è la dispersione del messaggio nel suono stesso, anziché nel medium, col risultato di mettere l’ascoltatore faccia a faccia con l’inconscio.

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Ma questa natura del medium di Kittler non viene che sfiorata dai Pink Floyd che con il loro marchio impacchettano e producono il suono per i desideri del capitale. Non lo riproducono più, come invece voleva Syd Barrett, colui che ha creato il sound dei Pink Floyd con il Coordinatore Azimuth.

«La stella dell’undeground londinese ha brillato per due anni scarsi […]. Durante le ultime esibizioni di Barrett la mano sinistra, invece di impugnare il manico della chitarra, cade molle lungo il fianco, mentre la destra pizzica incessantemente la stessa corda libera: la monotonia che è qui insieme inizio e fine della musica, come nelle tecniche di tortura cinese. Poi, l’uomo che ha inventato i Pink Floyd sparisce da tutti i palchi e sprofonda in una terra di nessuno medica tra psicosi da LSD e schizofrenia, mentre il suo gruppo trova un altro chitarrista e insieme a lui la formula del successo».

La nascita dei Pink Floyd ha richiesto l’esclusione di Syd Barrett, com’è lecito in ogni processo creativo che richiede sempre un’esclusione e un’inclusione. Barrett è stato escluso, afferma Kittler, perché alla base di ogni creazione c’è sempre un dentro che diventa fuori e un fuori che diventa dentro: è stato necessario escludere Barrett, il creatore dei Pink Floyd, per rendere possibile i Pink Floyd, per renderli ascoltabili e leggendari così come li conosciamo, anziché un bisbiglio rumoroso di suoni come invece avrebbe voluto il diamante pazzo-Barrett che non a caso, osserva Kittler, si dice abbia giudicato “un po’ antiquata” la musica dei suoi stessi Pink Floyd anni dopo l’addio al gruppo e alla sanità mentale.

«La macchina capitalistica e i suoi flussi di denaro vengono nutriti dal flusso decodificato e deterritorializzato dell’alienazione mentale, la cui realizzazione immediata è quella elettrica. Per sei anni i Pink Floyd hanno taciuto sull’esclusione che li ha resi possibili, ma Brain Damage è la canzone che parla del dentro e del fuori, di esclusione e inclusione e del loro reciproco annullamento».

Perché questa esclusione di Barrett?, perché la scoperta del sound, per essere tollerabileall’orecchio mortale senza sfinirlo, com’è invece successo a Barrett, andava addomesticata: prodotta, non più riprodotta. 

«Quando i suoni […] possono riemergere davanti, dietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto l’uditore, salta in aria lo spazio in cui ci si orienta quotidianamente […]. La testa, non solo come sede metaforica del cosiddetto pensiero, ma come effettivo centro del sistema nervoso, diviene una cosa sola con ciò che arriva a livello di informazione, che non si limita alla cosiddetta oggettività, ma è concretamente sound. La fine di Brain Damage è attraversata dai suoni al sintetizzatore, probabilmente a dimostrazione del fatto che i sintetizzatori hanno soppiantato già da molto tempo i giudizio sintetici a priori dei filosofi: un generatore in grado di pilotare e programmare i suoni secondo tutti i parametri - frequenza, differenza di fase, armonici e ampiezza - traduce condizioni che rendono possibile l’esperienza all’interno del simulacro fisiologicamente totale». 

Il sound è un simulacro (una manifestazione di qualcosa che non rappresenta che sé stessa: un accordo musicale, un’immagine sacra di Dio) fisiologicamente totale: il suono emancipato dal medium arriva direttamente alle orecchie e al corpo dell’ascoltatore. Nel sound è il corpo a fare da cassa di risonanza. Sarebbe quindi il corpo a fare da medium, se non fosse che il corpo è punto di arrivo per il sound e insieme strumento di ascolto: per questo non si può più parlare di medium à la McLuhan.
Ma questo sound nella sua purezza, prima di essere il corpo che lo ascolta, è fondamentalmente brusio di sottofondo. E la follia è la soglia che articola questo brusio di sottofondo che sta in ogni pezzetto di informazione, sia essa un flash news o un brano rock: è il sound. Chi si immerge in esso appare pazzo all’esterno, come Barrett. Poi c’è chi, come Roger Waters (che ha sostituito Barrett), si limita ad indicare questo mondo fatto di brusii e rumori di fondo restandone fuori. Waters ha inventato un linguaggio per mostrare il non-sense alla base di ogni informazione sensata grazie alla strada aperta da Barrett che del non-senso della pura informazione senza mediazione, a differenza di Waters, è rimasto affascinato e ammaliato.

«Foucault ha scritto una Storia della follia nell’età classica; Bataille una Storia dell’orecchio; ma a Roger Waters, il compositore di Brain Damage, dobbiamo la breve storia dell’orecchio e della follia nell’epoca dei media».

Il linguaggio della follia, quella vera, dello psicotico, è il linguaggio del brusio di sottofondo che sta dietro ogni informazione che passa per un medium che non la determina. È un linguaggio indipendente dallo strumento con il quale l’informazione viene emessa. Per questo è incomprensibile, folle: non ha dove propagarsi se non ovunque, disperdendosi come un’onda sonora, finché non c’è qualcuno che ascolta un pezzetto di questa dispersione, articolandone il senso. Ecco l’informazione senza il determinismo e il controllo del medium. Ecco il sound.

«Insomma […] la storia dell’orecchio è sempre anche una storia della follia: una musica che produce danni celebrali avvera gli oscuri presentimenti che infestavano le menti e i manicomi; un’enciclopedia della psichiatria ci informa poi del fatto che «di tutte le sfere sensoriali l’udito è quella che viene più spesso colpita da allucinazioni» (C. Muller, Lexikon der Psychiatrie). Dal rumore bianco passando per sibili, gocce d’acqua e sussuri fino ai discorsi e alle grida: sono tutti i sintomi compresi nella scala dei cosiddetti acoasmi percepiti o prodotti dalla follia. Leggendoli si ha l’impressione che il nostro dizionario psichiatrico voglia stilare una lista degli effetti sonori dei Pink Floyd: il rumore bianco c’è in One of These Days, il sibilo in Echoes, le gocce d’acqua in Alan’s Psychedelic Breakfast, le urla in Careful With That AxeEugene e i sussuri sono ovunque… […]».

«Gli alienati mentali, che a quanto pare sono meglio informati dei loro medici, ci dicono esplicitamente che la follia non fornisce una descrizione metaforica e farfugliante di chissà quali emittenti installate nel cervello ma che, al contrario, è essa stessa una metafora della tecnologia: proprio perché viene messa sempre sui più moderni banchi di prova, la pazzia registra con precisione storiografica tramite le sue antenne lo stato attuale dell’elaborazione dell’informazione».

Friedrich KittlerPreparare la venuta degli dei, Wagner e i media senza dimenticare i Pink Floyd, L’orma, Roma 2013. Tutte le citazioni sono da pagina 49 a seguire.

La scienza e la filosofia

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« […] il libero arbitrio è una questione terribilmente difficile da affrontare per i fisici. Di solito cerchiamo di evitarla. Non fa che confondere questioni che altrimenti apparirebbero chiarissime. Tanto più con le macchine del tempo».

Kip ThorneBuchi neri e salti temporali, l’eredità di Einstein, Castelvecchi, Roma 2013, p. 529.

L’ingenuità con la quale gli scienziati approcciano o, come in questo caso, accennano a temi filosofici è sempre divertente, perché non si rendono conto neanche dell’ingenuità con la quale la pongono. È il segno dei tempi, dei tempi di una scienza senza filosofia, ma non di una filosofia che, nonostante sia in crisi, persiste a ragionare sulla scienza, sul suo ruolo.

Come sempre quando una dottrina della conoscenza sparisce (in questo caso la filosofia), ci si dimentica dei basilari. Il fisico di fama mondiale Kip Thorne, ingenuamente o ironicamente è impossibile da capire (ma forse non ha importanza), sentenzia che la questione del libero arbitrio è “terribilmente difficile da affrontare per i fisici”. Resta da capire cosa intenda per “terribilmente difficile da affrontare”. È sicuramente molto più “terribilmente difficile” da affrontare un’equazione sulle linee di campo piuttosto che la conoscenza della storia delle concezioni del libero arbitrio, perché nel primo caso si tratta di avere conoscenze preliminari (matematiche) che permettano di realizzare complicatissime formule, quindi applicare una tecnica, mentre nel secondo caso si tratta nient’altro che di leggere, leggere cosa ha detto Tommaso D’Aquino, Sant’Agostino, Hobbes, Nietzsche. Il libero arbitrio è una questione “facilissima” se non la si ritiene una cosa come fosse una formula matematica, una tecnica algebrica. Se leggere e riflettere su quello che queste persone molti secoli prima di noi hanno sentenziato sul libero arbitrio significa applicare una tecnica allora il corpo e il respiro sono macchine e non organismi autosufficienti. ”Capire” la filosofia è concentrarsi sul pensiero così come ci si concentra sul proprio respiro. È la cosa più naturale del mondo. È studiare storia e nient’altro, opinioni snocciolate nel corso dei secoli, dibattiti fatti tanto tempo fa su quali conseguenze ci siano in un mondo in cui l’uomo è libero o non libero, fintantoché ci sia messi d’accordo su cosa sia la libertà e la scelta. Questo non significa che filosofia è guardare al passato come fa lo storico, perché significherebbe che la storia è finita, che adesso non stiamo facendo storia e che nel futuro le prossime generazioni se ne fregheranno di quello che abbiamo detto oggi. È un’eventualità possibile solo se ci estinguessimo.

L’ingenuità dello scienziato privo di nozioni filosofiche, che è l’ingenuità di qualunque specialista che ignori o snobbi dottrine della conoscenza che non sono quelle in cui è preparato, è quella per cui egli pensa che la questione del libero arbitrio sia da trovare in una formula, nel giusto esperimento. Ma la questione del libero arbitrio non si risolve, non ha soluzione, non è fatta per essere risolta. Non c’è una risposta netta alla domanda: quanto l’uomo è libero?, perché per qualche decennio della prima metà del XX secolo la riposta è stata “molto poco”, nella seconda metà del XIX “parecchio”. Addirittura secoli prima la questione era tutta incentrata su quanta libertà ci concedeva Dio, pensate un po’.

La “questione filosofica” in filosofia si pone per porsi, per essere discussa, per far esprimere a ciascuno la propria opinione, e alla fine della carrellata riassumere le posizioni in due: esiste/non esiste il libero arbitrio, con tutte le schiere di sfumature semantiche che seguono.

Perché il libero arbitrio non esiste, la libertà non esiste. Esistono le stelle, materialmente, ma credo sia impossibile che un giorno si incontri per strada la Libertà. Il filosofo tedesco Kant riassumeva le cose così: il mondo esiste, ma non puoi incontrare un giorno “mondo” per strada, non vedrai mai qualcosa che sia “mondo”, neanche se ti metti a orbitare attorno alla terra. Mondo è qualcosa di più del pianeta roccioso sul quale viviamo. “Mondo” - come verità, essere, volontà, etc. - è un concetto nel quale sei completamente immerso e pretendere di sentenziare definitivamente su di lui equivale a tirarsi fuori dalle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli. È questo l’errore commesso da chi la filosofia non la conosce e crede nello stesso tempo di poterla valutare (serve? non serve?): è l’errore di credere che la filosofia sia stata una scienza, che la filosofia serva, abbia un’utilità. Fintanto che gli scienziati (dal neurobiologo al medico di base, dal fisico teorico all’ingegnere) credono che la filosofia sia stata una scienza non potranno mai rispondere alla domanda: a cosa serve la scienza?

La filosofia è una riflessione sul pensiero, sul pensiero in generale e su un pensiero in particolare. Filosofia è il modo con il quale ci si pone le domande. Si parte da: che cos’è il libero arbitrio?, e si continua con: che cose la libertà?, che cos’è la scelta?, perché dovrei essere libero, perché non lo dovrei essere, perché mi faccio tutte queste domande nonostante sappia benissimo che non mi aiuteranno a trovare lavoro? Ecco la filosofia: chiedersi le cose disinteressatamente. Avere il tempo di farsi queste domande perché di tutto il resto (necessità vitali e sopravvivenza prima di tutto) ci si è già occupati. Filosofia è essere pronti a mettersi sul pergolato di casa a riflettere, in compagnia o in solitudine, o a rivoltare le cose come un calzino, ma poi mettersi comunque seduti, serenamente, a riflettere.

La filosofia è una carrellata di opinioni in mezzo alle quali è nascosta la verità, verità che sarà destinata un giorno a ritornare opinione. E così via. Ma non si creda che la relatività di questa consapevolezza (l’opinione che diventa verità e la verità che diventa opinione) possa farti snobbare l’opinione vera, tutto è relativo!, sarebbe veramente da paraculo. Perché fintantoché questa opinione resta vera (per cento anni, per dieci anni) dovrai farci sempre i conti, te che in questo periodo storico ci vivi.

Piove, google ladro!

«Se ci viene voglia di criticare le banche, passiamo per avversari del capitalismo e di Wall Street, contrari al suo salvataggio da parte dei contribuenti: un punto di vista ormai così banale da far sbadigliare. Invece, criticare la Silicon Valley, significa essere ritenuti dei tecnofobi, stupidoni nostalgici dei bei tempi andati prima dell’iPhone. Allo stesso modo, qualunque critica politica ed economica formulata contro il settore delle tecnologie informatiche e i suoi legami con l’ideologia neoliberista è subito considerata una critica culturale alla modernità. E il suo autore è dipinto come nemico del progresso, desideroso di raggiungere Martin Heidegger nella Foresta nera per guardare tristemente il cemento senz’anima delle dighe idroelettriche».

Evgeny Morozov, Dall’utopia digitale al caos sociale, Le monde diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

In realtà anche la critica alla Silicon Valley e al settore delle tecnologie informatiche fa sbadigliare, evidente com’è ormai anche lì il feroce capitalismo imprenditoriale che li guida. Non più di cinque anni fa, almeno in Italia, etichettare Google, Apple e Amazon come multinazionali senza scrupoli era da complottista, oggi è un buon argomento di discussione per l’aperitivo, e domani lo sarà anche per il bar di paese.

La verità è che non essendoci modelli alternativi in economia non ci resta che analizzare, criticare e discutere con obiettività la verità di questi “nuovi modelli economici” che “cambieranno tutto” (nemmeno Apple usa più slogan così, ormai ridicoli). Ed è la ragione per cui oggi a spopolare tra i best seller non è più Stephen King ma Slavoj Zizek e Morozov. È il segno dei tempi: siamo impotenti e non ci resta altro che parlare di quello che non possiamo cambiare. È il segno della vittoria del modello capitalista in tutte le nazioni, e che ora si avvia a realizzare il suo sogno di trionfare su tutta la terra. Ma per farlo dovrà fare in modo che il consumatore non senta proprio tutto l’ombrello che gli hanno infilato su per il sedere. (Quando sentiremo gridare ”piove, Google ladro”, quel momento sarà arrivato). Anzi, che il consumatore lo senta tutto questo ombrello, basta che non avverta il momento in cui questo sarà aperto: per questo ci pensa la condivisione dei dati, il finto comunitarismo con cui si travestono le multinazionali del web da quando è arrivato Facebook.

Il cambiamento, in corsivo non tra virgolette (cambiamento del modello economico in primis, a cui seguirà necessariamente tutto il resto) non arriverà da un editoriale che cambia la coscienza di chi già queste cose le sa o le intuisce, ma da un evento casuale che tutti sposeranno. Avverrà quando gli invisibili, quelli tagliati fuori dal modello economico attuale, gli emarginati, gli sfruttati, i poveri (quindi nessuno di quelli a cui, me compreso, piace leggere questi articoli) non vorranno più entrare nel mondo degli affari per affermare pretestuosamente di volerlo cambiare, ma quando vorranno entrarci per distruggerlo, o addirittura distruggerlo senza nemmeno entrarci.

Che cosa significa essere di sinistra

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«Che il capitale - inteso sia nel senso di logica sociale che di gruppo di interesse - miri al controllo totale, deriva dallo stesso processo di accumulazione, che per natura è infinito. Nel suo concetto non entra alcun limite - il che significa che i soli limiti che è suscettibile di conoscere possono venire dall’esterno: dall’esaurimento delle risorse naturali o dall’opposizione politica. In mancanza di questo, il processo è destinato a proliferare come un cancro, uno sviluppo mostruoso per intensità ed estensione. Per intensità, attraverso l’infinita produttività. Per estensione, sia con l’invasione di nuovi territori e aree geografiche finora non raggiunte - dopo l’Asia, l’Africa aspetta il turno -, sia con la mercificazione di sempre più vasti ambiti del reale.

Il capitale è una potenza. E ha una potenza sufficiente a perseguire all’infinito il proprio slancio d’affermazione finché non incontra una potenza più forte e di segno opposto che lo determini al contrario e lo tenga a freno. Ecco perché, in assenza di un’opposizione significativa, non c’è dubbio che il capitale non abbia altro obiettivo che il controllo di tutta la società - cioè la tirannia, certo dolce, zuccherata dal consumo e dal divertimento, ma pur sempre tirannia. A partire da questo, è facile dedurre cosa sia la sinistra. La sinistra è una posizione rispetto al capitale. Essere di sinistra significa porsi in un certo modo rispetto al capitale. E più esattamente in un modo che rifiuti la sovranità del capitale, a partire dall’idea dell’uguaglianza e della vera democrazia, e con la consapevolezza che il capitale è una tirannia potenziale che impedisce a quell’idea di farsi realtà. Ecco: essere di sinistra vuol dire non lasciar regnare il capitale».

Frédéric LordonLa sinistra non può morire, Le Monde Diplomatique, n. 9, anno XXI, settembre 2014.

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L’assurdità dei discorsi -post da “fine delle ideologie” verranno ricordati con un sorriso per la loro ingenuità. Discorsi pronunciati tanto da “quello di sinistra” che da “quello di destra”, perciò li affermano tanto l’ingenuo disilluso che davvero crede che non è più il tempo delle politiche di emancipazione, e lo afferma allo stesso modo quello ben consapevole di cosa significhi (finalmente!) la fine delle ideologie, della sinistra e della destra. Spazio agli affari!

Della sinistra non ci si libera così. Ha vinto il capitale, per ora, che sta affermando la sua egemonia, ma la barricata che vuole un giammai la sinistra agitandolo come un fantasma nostalgico, sappiate che apparterrà sempre a una delle due categorie sopracitate: o è un ingenuotto o il cattivone. A volte tutte e due le cose insieme. Perché il male, come si sa, è stupido e banale. Ma sempre male.

Nella foto in alto, l’attuale primo ministro della Francia Manuel Valls.

Giornalismo e filosofia (si può parlare di guerra fredda?)

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La verità è nel mezzo. O meglio, ci vuole sempre tempo per dire la verità, per dire le cose come sono. E la maggior parte delle volte pur dicendo la verità, le cose come sono, si tratta sempre di un cenno di capo, un’indicare le cose come sono. In una parola: parlarne.

Per questo il giornalismo quotidiano è odiato dalla filosofia. Il giornale pretende di dire le cose come sono subito. Anzi il prima possibile, quasi prima che accadano, perché la notizia non aspetta, va data adesso. Proprio tutto il contrario della riflessione ponderata e attenta che arriva come una testuggine dritta dritta verso la verità.

È questa la spiegazione dietro la metafora della nottola di Minerva di Hegel. Il filosofo tedesco afferma: la nottola di Minerva spicca il suo volo sul far del crepuscolo. Significa: quello che è successo oggi lo capiamo (Minerva/Atena è la dea della saggezza simboleggiata da una civetta che vola) solo alla fine della giornata. È quello che fa lo storico, quello che fa il filosofo. La comprensione di ciò che è avviene soltanto quando ciò che è è stato. Prima che una cosa accade, come posso saperla? Non solo. Anche quando è accaduta, se non do il tempo al mio cervello di capirla come posso pretendere di capirla mentre accade? Al giornalismo tutto questo non piace. Al giornalismo quotidiano la civetta sta sulle scatole. Ma il giornalismo quotidiano si difende bene: non ha la presunzione di dirti la comprensione di quel che succede, ma solo quel che succede, la comprensione sarà una scelta successiva del lettore. Come quando ti capitano le cose senza che ancora non hai capito cosa sta succedendo. Ecco il giornalismo, io ti do quello che accade, senza comprensione. Pensate alle torri gemelle: sapevamo quello che stava succedendo quando accadeva e nei giorni immediatamente successivi? Ancora adesso non abbiamo capito del tutto cosa è successo, ma nel 2014 sappiamo molto più di quello che sapevamo nel 2001. La verità ha bisogno di tempo.

C’è una nuova guerra fredda in atto tra Stati Uniti e Russia, ma non è quella che vorrebbero i giornali con i loro titoli. Questa riproposta nei titoli dei giornali è la classica guerra fredda ante anni ‘90, quella fatta di ideologia politica e religioni, di apparati statali e capitali diversi. Ovvio che qualunque storico e filosofo inorridirebbe a questa sintesi arruffona, sempliciona e fuorviante, allarmista e sensazionalista. Un metodo non senza interesse questo del titolo strillato: il giornale quotidiano, oggi, strilla più di prima perché questo strillo è un urlo di agonia: “Leggetemi!”. Il giornale quotidiano non grida più la notizia ma la sua condizione di giornale quotidiano in crisi. Per questo parecchio giornalismo quotidiano di oggi non fa più giornalismo quotidiano, non ti dice più quello che accade ma scrive articoli che chiedono disperatamente di essere letti.

Ma questo non deve portare a odiare il giornalismo quotidiano, piuttosto la superficialità è la sua condanna e la sua esistenza una necessità. Si deve essere superficiali se si vuole dire quello che accade adesso senza saperlo. Il giornalismo quotidiano deve scegliere: o ti mostra quello che accade o ti dice la verità, ma a quel punto non è più giornalismo quotidiano ma inchiesta, storia, filosofia. 

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Ma non è vero neanche che non siamo di fronte a una nuova guerra fredda. Sarebbe altrettanto fuorviante anche un giudizio così. Un altro eccesso, un’altra semplificazione. È come quando si dice che non essendoci più la sinistra ci si deve accontentare di questo capitalismo, sforzandosi soltanto di renderlo più “etico” e “amichevole”, rendere più etica e amichevole questa economia mondiale basata sullo sfruttamento degli uomini e delle risorse.

Possiamo dire che c’è una nuova guerra fredda in atto senza per questo titolarla? Senza dire con questo la verità?

Si può dire che c’è una nuova guerra fredda, ma per capire che significa ci vuole tempo, non basta allacciarsi con un salto temporale a trent’anni fa, perché trent’anni son passati e non torneranno più.

È innegabile che l’oligarchia russa stia reagendo all’isolamento lento e inesorabile a cui era condannata. Gli Stati Uniti hanno vinto e preso tutto e la Russia semplicemente non ci sta più (proprio perché ne è passata acqua sotto i ponti da quando è caduto il Muro) ad accettare la persistenza americana fin quasi ai confini (ex) sovietici.

E allora di quale guerra fredda si tratta visto che non può più essere la guerra fredda (quella dei libri di storia)? Allora non dovrebbe chiamarsi più guerra fredda perché genererebbe confusione. Ma neanche ci si dovrebbe sforzare troppo a trovare un altro nome, perché qualcosa in comune con la vecchia guerra fredda questa guerra fredda di oggi dovrà averla, altrimenti correremmo lo stesso errore di considerare l’economia mondiale attuale un‘“altra economia”. La new economy, ricordate?

È una guerra, non c’è dubbio, perché ci sono i militari e la gente muore. È fredda perché non ci sono invasioni. Forse la differenza è nelle fazioni: non ci sono più due fazioni contrapposte, forse non ci sono proprio più fazioni. C’è prima di tutto un modello economico a cui aderiscono entrambe, a cui aderisce tutto il mondo. Così cade la differenza ideologica, l’ideologia politica alla base: Stati Uniti e Russia investono e accumulano profitti allo stesso modo, negli stessi posti, con le stesse persone. Tutto il mondo accumula, investe e fa profitto allo stesso modo e nello stesso luogo. È la globalizzazione baby!

Poi, essendosi sciolto il dualismo oppositivo ideologico e politico, sono fioriti tanti altri interessi particolari che prima venivano semplicemente soffocati dai due blocchi: prima del 1989 la parola Medio Oriente era un modo per dire petrolio, oggi è un modo per dire tantissime cose diverse.

La verità è allora che non c’è una sola guerra fredda, ma tante piccole guerre fredde.

La Russia reagisce come un cane che non vuole essere messo all’angolo. Un cane forte che vuole stabilire nuovi confini per aggiornare i punti strategici del gas e della geografia. Forse anche gli Stati Uniti reagiscono come un cane, più forte, ma sempre più messo all’angolo dalla moltitudine di stati che non può più controllare come in passato.

È sbagliato parlare di nuova guerra fredda, così com’è sbagliato dire che non si può più parlare di guerra fredda. La verità sta nel mezzo, e ancora non l’ho trovata.

Essere Bill Murray

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«È una domanda difficile. Invito tutti noi a farci questa domanda proprio in questo momento. Come ci si sente a essere te? Sì, esatto. È bello essere te, vero? È bello, perché c’è una cosa che tu sei – solo tu sei la persona che sei, ok?

A volte ci confondiamo quando cerchiamo di entrare in competizione. Pensiamo “dannazione, qualcun altro sta cercando di essere me”. Ma non ho bisogno di armarmi contro questa idea, se solo riesco a rilassarmi e a metterla in questi termini, pensando: “tu quanto pesi?” Questa è una cosa che faccio spesso quando mi sento smarrito, e mi diverte. Quanto pesi? Pensate a quanto pesa ciascuna persona qui dentro, e provate a sentire il vostro peso proprio adesso, sul posto dove siete seduti. Bene, se riuscite a sentire quel peso nel vostro corpo, se riuscite a identificarvi personalmente e completamente, davvero, fino a dire: “Sono io. Questo sono io adesso. Io qui, proprio ora. Questo sono io adesso”, allora non sentite di dover andarvene, di dover essere là o andare laggiù, di essere da un’altra parte.

Quindi com’è essere come me? Potete chiedere a voi stessi “Com’è essere me?”. Sapete, il solo modo che conosciamo per essere noi stessi è fare il nostro meglio per essere noi stessi più spesso che possiamo, e ricordare a noi stessi: questa è casa nostra».

Bill Murray risponde alla domanda “Com’è essere Bill Murray” al Toronto Film Festival 2014, durante la presentazione del film St. Vincent. (via)

Che cos’è una politica di emancipazione

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«Bisognerebbe evitare di farci intrappolare nel gioco progressista di “quanta tolleranza nei confronti dell’altro possiamo permetterci”: dovremmo tollerare che si picchino le donne, che si obblighino i figli a matrimoni combinati, che si brutalizzino i gay e così via? Messa in questi termini, naturalmente, non siamo mai abbastanza tolleranti, oppure siamo sempre troppo tolleranti, perché trascuriamo i diritti delle donne. 

L’unico modo per uscire da questa impasse è proporre un progetto positivo universale condiviso da tutti i partecipanti e lottare per la sua realizzazione. Proprio per questo, un compito cruciale di chi oggi combatte per l’emancipazione è superare il semplice rispetto per gli altri e avviarsi verso una vera Leitkultur [cultura dominante] emanicpatrice, la sola che può sostenere un’autentica coesistenza e pescolanza di culture diverse.
Il nostro assioma dovrebbe essere che la lotta contro il neocolonialismo occidentale così come la lotta contro il fondamentalismo, la lotta di Wikileaks e di Edward Snowden così come la lotta contro l’antisemitismo così come la lotta contro il sionismo aggressivo sono parte di una stessa e unica lotta universale. Se ci perdiamo nei compromessi, la nostra vita non merita di essere vissuta».

Slavoj Zizek, Rotherham e i limiti della società multiculturale, Internazionale 5/11 settembre 2014, n. 1067, p. 35.

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Il discorso del filosofo sloveno coglie due punti sostanziali relativi all’efficacia delle politiche di emancipazione.

1. I principi universali non possono essere induttivi ma soltanto deduttivi. Non ci si può “mettere d’accordo” sulla base delle identità delle comunità umane concrete che coesistono in uno stesso territorio. Così facendo si determina soltanto il gioco infinito delle classi dominanti con la loro concezione della tolleranza, la loro leitkultur, ovvero esattamente quello che accade oggi, con l’aggravante che questo “gioco delle tolleranze” è travestito da un finto multiculturalismo, una politica pseudo-egualitaria che resta tale fintantoché non tocca gli interessi di chi la promuove.
Invece i principi universali di una sana convivenza multiculturale sono, purtroppo, deduttivi. Dico purtroppo perché sono per forza di cose campati in aria: idee, principi, assiomi etici che solo in un secondo momento vanno “indotti” ovvero, come dice Zizek, “condivisi da tutti i partecipanti”, “lottando per la loro realizzazione”. Lottando per la loro realizzazione? “Ma basta con le guerre e la violenza, vogliamo la pace” afferma chi è già emancipato. “Anche noi vogliamo la pace, ma per ottenerla dobbiamo lottare” replicano quelli che non sono emancipati. Il concetto di lotta porta al secondo punto sostanziale per realizzare una politica di emancipazione su principi universali dedotti.

2. C’è un’universalità di fondo in tutte le eterogenee lotte di emancipazione a cui assistiamo in questi anni. Non si tratta però di un’universalità che balza agli occhi, sostanziale, evidente, ma di un’universalità nascosta che va tirata fuori per i capelli. È un’universalità partecipativacoattiva: questa universalità la dobbiamo trovare, non è lei che trova noi.
Ora però il punto 1, che i principi universali di emancipazione sono essenzialmente deduttivi, rischia di restare un postulato astratto se non prende spunto da qualcosa di concreto. L’eterogeneità delle lotte di emancipazione moderne potrebbe essere la concretezza di cui hanno bisogno i principi di emancipazione universale. L’eterogeneità di eventi quali la primavera araba, le lotte di Wikileaks per la libertà di informazione, il sacrificio di Edward Snowden per la libertà dei cittadini occidentali, la lotta delle Pussy riot contro l’establishment russo, ma anche le proteste di Ferguson contro la polizia che spara ai negri, sono tutte lotte che hanno qualcosa in comune tra loro, pur rivendicando interessi politici diversi, finanche interessi di classe, di lobby, di mestieri, differenti tra loro.

Scoprire quale sia questo qualcosa di comune, riordinarlo in un quadro di principi universali da negoziare tra le comunità umane, è lo scopo di ogni politica di emancipazione. Questi principi, essendo dedotti idealmente e non indotti praticamente, non possono che essere massimamente generici ma proprio per questo massimamente etici:

• Il profitto è il valore dello sfruttamento.
• I soldi sono uno strumento, non lo scopo (tecnicamente è merda vitale).
• La finanza attuale non può più essere tollerata come strumento per arricchirsi, va limitata e regolamentata, oppure eliminata, perché il concetto di ricchezza che concepisce non è di tipo distributivo ma speculativo, basato su un finto liberalismo che rivendica una finta propria ricchezza fatta di finti solitari sforzi quando in realtà sono il frutto degli sforzi anche di altri, i quali prendono le briciole, se non nulla (vedi profitto come valore di sfruttamento).

Una volta tutti questi principi si raccoglievano nel concetto di “comunismo”. Ma c’è un tempo anche per le parole. Fortunatamente non per i principi che in esso sono contenuti, che sono immortali.

Riordinare i principi universali e negoziarli tra le comunità umane per una sana convivenza sono il fondamentalmente passo che l’umanità, da quando è nato il comunismo, ha sempre mancato di fare. Fallendo, grandiosamente o miseramente, proprio un attimo prima.

Ho sparato per sbaglio: quis custodiet ipsos custodes?

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Vorrei tanto leggere qualcosa che metta a confronto i fattacci di Ferguson con Rione Traiano. Scovarci le differenze sostanziali e i punti in comune.

Una differenza sostanziale forse non c’è, perché se nella cittadella americana abbiamo a che fare con “negri”, nel quartiere napoletano abbiamo a che fare con “tamarri” e “malamenti”. Se lì è razzismo, qui è classismo.

Forse la differenza sostanziale tra Ferguson e Rione Traiano (nomino il quartiere e non la città perché così non rischio di evocare la retorica della “Napoli violenta”) risiede nella differente sicurezza di sé delle due istituzioni. Un poliziotto degli Stati Uniti mai si sognerebbe di affermare che un colpo diretto nel petto di una persona disarmata sia “partito per sbaglio”: oltre ad essere una palese bugia, non farebbe certamente onore a colui che lo afferma. Sarebbe come se un corridore facesse una buona gara “per sbaglio”. Un poliziotto statunitense, più repressivo e orgoglioso di uno italiano per temperanza e storia nazionale, troverebbe assurdo sostenere di non aver avuto il controllo della propria arma. Un americano che sentisse ammettere da un poliziotto connazionale di aver sparato per sbaglio sarebbe come un italiano che sentisse da un connazionale ammettere di aver cucinato un’ottima pasta “senza farlo apposta”. Il poliziotto americano ha la lungimiranza di dire, con disonestà, che “è stata legittima difesa”, tanto sa che la sua “Arma” lo difenderà sempre.
Un italiano invece la stupidità di non ammetterlo, pur sapendo che in ogni caso la farebbe franca. Perché l’Arma, il corpo della Polizia, lo stato di polizia in generale in tutte le parti del mondo sono insieme dentro e nello stesso tempo al di fuori della legge. Perché? Perché a differenza del cittadino comune, che poliziotto non è, il poliziotto la legge deve farla rispettare.

Qui in Italia, tra i vari Aldrovandi e Cucchi, a differenza degli Stati Uniti c’è l’esautorazione del gesto: non volevo sparare. Quasi come se una pistola di quasi un chilo di peso sparasse da sola. Negli Stati Uniti c’è la virile responsabilità dell’azione, a sua volta vilmente giustificata (“ero in pericolo di vita”).

Questi avvenimenti, accaduti in contesti differenti tra loro, che sia un “negro” o un “tamarro-malamente” a rimetterci le cuoia, rivelano l’elemento fondamentale in comune, il fattore che rivela come un lampo la vera natura dello stato di polizia: sarà sempre al di sopra della legge, per cui se reagisce eccessivamente, commettendo un omicidio non necessario, può scegliere se perseguirsi oppure no, e state sicuri che sceglierà sempre, per puro istinto di conservazione, di non perseguirsi. Quando la polizia, il carabiniere, commettono un omicidio “per sbaglio” si pongono di fronte a un dilemma non da poco: mi auto-perseguo, applicando su di me la legge che applico sugli altri ma minando la mia stessa funzione (come applicare la legge se chi la applica commette illeciti come l’omicidio?), oppure mi auto-escludo dal giudizio legislativo a costo di perdere credibilità ma mantenendo la legittimità del mio mestiere?

È questo il dilemma a cui si sottopone ogni polizia del mondo quando commette una cazzata. È questo il motivo per cui è così vile quando si tratta di essere giudicata: in quanto polizia, non può fare altrimenti. I fascistelli dell’ultima o della prima ora che sono dalla parte del poliziotto in ogni fatto di questo tipo seguono coscientemente o no questa logica.
Tra legittimità e credibilità, la polizia di tutto il mondo deve sempre scegliere la prima se vuole continuare ad esercitare la sua funzione. 

Da qui la domanda capitale, a cui ancora non c’è una risposta: quis custodiet ipsos custodes? si domandava Giovenale. Who watch the Watchmen? ha ripetuto più recentemente Alan Moore.

La reazione esagerata del carabiniere è una vecchia questione, secolare, legata alla natura stessa dello stato di polizia: la polizia o il carabiniere è una figura morale in bilico. Protegge e castra, sorveglia e sopprime, salva e uccide. Esattamente come la legge.

La fredda matematica e la calda fisica

«Ammetto di aver acquisito, dopotutto, qualcosa di importante dallo studio della fisica. Prima, quando sedevo su una sedia e avvertivo una traccia del calore lasciato da chi mi aveva preceduto, ero solito rabbrividire leggermente. Ora è tutto finito, perché al riguardo la fisica mi ha insegnato che il calore è una cosa del tutto impersonale».

Albert Einstein riporta le parole del matematico Marcel Grossmann sull’esperienza di quest’ultimo nella collaborazione con il fisico tedesco. In Kip ThorneBuchi neri e salti temporali, Castelvecchi, Roma 2013, p. 113.

Roberto Bellarmino, eliocentrista

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«Dico che mi pare che V. P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perché il dire, che supposto che la terra si muova et il sole stia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che non porre gli eccentrici e gli epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma voler affermare che realmente il sole stia nel centro del mondo, e solo si rivolti in sé stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la terra stia nel terzo cielo e giri con somma velocità intorno al sole, è cosa molto pericolosa non solo d’irritare tutti i filosofi e theologi scholastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante».

Roberto Bellarmino scrive al provinciale dei Carmelitani di Napoli Paolo Antonio Foscarini, in Opere, pp. 171 e ss, citato in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 439-440.

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Possiamo vedere qui all’opera un fatto straordinario: come la Chiesa abbia in un certo senso, in virtù proprio del suo autoritarismo dogmatico, spinto la scienza a diventare dimostrabile e verificabile empiricamente, in una parola ad essere la scienza moderna che tutti noi riconosciamo, scollandola da quella che Bellarmino, riflettendo lo spirito dell’epoca, chiamava mathematica.
La mathematica è costituita da ipotesi non necessariamente dimostrabili. La scienza esatta è al contrario tale perché, grazie proprio al potente strumento della matematica (però senza “h”, ovvero quella del calcolo infinitesimale), rende possibile all’ipotesi di essere dimostrabile, quindi riproducibile, riproducibile a tal punto da render possibile la previsione degli eventi sulla base della conoscenza esatta dei fenomeni che li compongono (la scienza astronomica di allora aveva fatto enormi progressi con Tycho Brahe e Keplero, ma essendo solo “mathematica” stentava ancora nel prevedere i movimenti celesti).
La Chiesa, all’epoca del Sant’Uffizio, era circondata da eliocentrici, anche all’interno, si pensi ai domenicani (Giordano Bruno era domenicano). Ma le teorie che avrebbero dovuto dimostrare la certezza dell’ipotesi eliocentrica male si accordavano con la realtà delle cose. Salvavano i fenomeni, come dice lo stesso Bellarmino, semplificavano le cose, ma erano ancora piene di epicicli.
Bellarmino, almeno in questa lettera indirizzata a Foscarini, non rifiuta l’eliocentrismo perché falso, ma solo in quanto si tratta di un’ipotesi di lavoro appunto mathematica, quindi impossibile da dimostrare.
L’oscurantismo della Chiesa ha spinto la stessa neonata scienza moderna di allora ad essere non solo semplice (l’ellisse è molto meglio dell’epiciclo) ma anche esatta, affinché le sue argomentazioni fossero inconfutabili a tal punto da essere inattaccabili dalla Sacre Scritture. Una scienza esatta a tal punto da poter fare a meno delle Sacre Scritture, da essere indipendente dalla religione. Anzi capace, purtroppo, di demolirla fino a sostituirsi ad essa.

L’abbandono e l’amore

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Ho voglia di raccontarvi questa scena di Mud, film del 2012 diretto da un regista che mi piace tanto, Jeff Nichols (il resto della filmografia è Shotgun Stories e Take Shelter, entrambi interpretati da Michael Shannon). La scena costituisce secondo me l’apice del film, il momento di rottura in questo racconto di formazione che narra la crescita di Ellis, quattordicenne cresciuto nella paludosa e povera Arkansas attraversata dal Mississipi.

Ellis si è appena reso conto di quanto possano essere stronze le persone, e lo scopre nel modo peggiore, quello che se non ne capisci le ragioni di fondo ti porta a credere che sia una prerogativa soltanto femminile: ha preso un palo gigantesco da una ragazza più grande di cui si era invaghito, illudendosi di potersi addirittura fidanzare.

Così torna su un’isoletta per sfogarsi contro il fuggiasco ricercato (Matthew McConaughey, quello che interpreta da dio la parte del bugiardo tormentato) che insieme all’amico di Ellis, Neckbone (una specie di River Phoenix versione Stand by me degli anni ‘00), sta aiutando a far fuggire. Ellis molla un bel destro a Mud (nome fittizio che si è dato il fuggiasco) che pure gli aveva raccontato parecchie palle, e parte con la solfa del ragazzino “deluso dai grandi”.

Mud significa fango. E il fango è ciò che caratterizza questo film: il pantano letterale dove vivono questi ragazzini e il pantano metaforico della vita quando ti rendi conto a una certa età che devi farcela da solo, che più nessuno farà per te quello che ormai grande puoi e dovresti fare da solo.

Lei ti ha abbandonato e tu l’hai abbandonata, è questo quello che fanno tutti.

Ellis è incazzato nero. Con i suoi genitori che si stanno separando, con Mud in cui vedeva una figura paterna, con questa cazzo di vita che proprio a questa età diventa un calcio nei coglioni.

Tutto quello che mi hai detto è una bugia.

Ellis si è reso conto che la vita non continua ad infinitum così com’è stata fino all’adolescenza. Da qui in poi cambia tutto, ti senti abbandonato e mollato al destino e se non hai ricevuto un’educazione sufficiente a prepararti a tutto ciò, questa delusione arriverà a far parte della tua personalità, lasciandoti immaturo e irresponsabile.

La chiave per superare questa delusione, ed Ellis la troverà più avanti nel film, è che nessuno ti abbandona a un certo punto della vita. Né i tuoi genitori, né i tuoi amici. La verità è che sei da sempre abbandonato a te stesso. La vita è vivere nell’abbandono. La nascita è l’abbandono dell’utero e l’inizio di una vita di cui si prendono cura genitori a loro volta abbandonati da quando sono nati, e così via.

L’amore è ciò che ci permette di superare la scoperta dell’abbandono strutturale dell’essere umano. Ellis se ne renderà conto alla fine del film quando scoprirà che ci sono tante altre ragazze oltre a quella di cui si è invaghito. L’uomo è gettato nel mondo, ma non è niente di grave. L’uomo non sa perché è nato, né sa se dare un senso alla sua nascita possa cambiare l’assurdità della vita stessa (forse è questa l’essenza della libertà). Ma nonostante l’infinito abbandono che caratterizza la vita, amare ed essere amati annulla ogni insicurezza che la vita porta con sé, rende quasi insignificante il fatto che si nasce e si muore soli.

È questa la chiave per sopravvivere all’adolescenza e diventare uomini: scoprire che l’abbandono che caratterizza la vita non è niente di grave finché ami e vieni amato.