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La materia non è solida

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L’autista di Talete

Passeggi con la testa nello smartphone e temi di sbattere contro un palo? Niente paura, l’autista di Talete ti guiderà a destinazione senza che tu debba alzare lo sguardo dallo schermo.

Il collettivo di artisti newyorkese Improve Everywhere - famoso alle cronache per aver fatto camminare all’indietro 2000 passanti a New York, congelato la Grand Central Station e aver fatto dire qualcosa di carino al megafono ai passanti - ha realizzato una delle loro più potenti performance. Fingendosi volontari, hanno assistito i tantissimi pedoni newyorkesi che passeggiano a testa bassa con la testa nel telefonino. Indossando una pettorina catarifrangente con su scritto seeing eye person, invitavano i distratti passanti ad attaccarsi ad un guinzaglio e a farsi guidare da un isolato all’altro, così da “aiutarli a messaggiare e a camminare in sicurezza”. Le ignare vittime non avrebbero dovuto far altro che continuare a fare quello che stavano facendo - scrivere un sms, controllare l’email - tanto c’erano i seeing che vedevano per loro dove mettere i piedi. Il risultato è esilarante.

Mi fa venire in mente l’aneddoto di Platone sulla servetta trace, quella in cui il primo filosofo della storia, il greco Talete, intento com’era a guardare le stelle o a ragionare su problemi metafisici, cadde in un pozzo. Una “graziosa e intelligente” serva trace che passava di lì, avendo assistito alla scena, prese in giro il filosofo osservando come egli, occupato com’era a conoscere le cose in cielo, non vedeva quello che gli stava davanti.

E’ come se con la loro performance gli artisti newyorkesi avessero voluto scongiurare il rischio per Talete di cadere nel pozzo, prendendolo per mano, anzi, ancora meglio, attaccandolo a un guinzaglio, così da farlo continuare a riflettere sui perché del mondo senza correre alcun pericolo. Questi autisti di Talete sono la stessa servetta di Mileto, con la differenza che decidono di intervenire prima del disastro. Certo, chi messaggia camminando per strada difficilmente si starà occupando di problemi filosofici, ma in entrambi i casi va incontro agli stessi pericoli, anche se morire cadendo in un pozzo mentre si osserva il moto degli astri è sicuramente più onorevole che essere investito da un’auto mentre si guarda un lolcat (giudizio inversamente proporzionale allo stato in cui versa la filosofia oggi).

talete

Ciò che mostrano la storiella di Platone e il collettivo artistico statunitense è che è difficile mantenere nello stesso momento entrambi i comportamenti, quello “intellettuale” e quello “manuale”: o si pensa o si agisce. Ma questo non vuol dire, checché ne dica Cartesio o il principio della catena di montaggio, che questi due atteggiamenti non facciano fondamentalmente lo stesso lavoro, solo che lo fanno in modo diverso. Su questo ci viene in aiuto un’altra storiella, questa volta tramandataci dal discepolo di Platone, Aristotele. E’ l’aneddoto dei frantoi, che ha come protagonista sempre Talete. Il filosofo di Mileto veniva criticato per lo stato di povertà in cui versava, dovuto secondo i compaesani proprio alla sua attività filosofica che non gli permetteva di guadagnare a sufficienza. Era tremendamente vero, come lo è tremendamente vero tuttora, ma Talete ne era infastidito, vedendo dietro un giudizio generico su uno stato dei fatti un’opinione morale sull’attività filosofica in sé (e anche questo, dopo quasi tremila anni, è un pregiudizio validissimo). Così, tediato da quella che era a tutti gli effetti un’accusa di fannullaggine, Talete decise di mostrare il risvolto pratico della sua attività teoretica. Sulla base di alcune osservazioni astronomiche, predisse un’abbondante raccolta di olive. Acquistò a poco prezzo, poiché fuori stagione e in uno stato di semi abbandono, tutti i frantoi di Mileto. La previsione si rivelò esatta e così, pieno di olive e con tutti i terreni della città di sua proprietà, stabilì un regime di monopolio. Il filosofo che sosteneva che l’acqua fosse il fondamento di tutte le cose dimostrò così quello che millenni dopo ha incontestabilmente fatto la scienza: studiare serve a qualcosa. E’ il paradigma scientifico che noi moderni conosciamo molto bene, tanto da averlo sovvertito: è l’osservazione diretta delle cose che ci fa “scoprire” la teoria che le spiega, basta guardare il bombolone sulla testa di Newton. 

Gli autisti di Talete di Improve Everywhere scongiurano così il rischio di cadere nel pozzo. Ma il risvolto è ironico, visto che quando siamo assorti nel nostro smartphone difficilmente ci staremmo occupando di problemi filosofici, ma neanche staremmo impastando il pane, piuttosto siamo intenti a guardare in street view la strada su cui stiamo camminando.te

A stripe of altruism

Sun massive eruption of 1st May 2013

L’intellettuale di sinistra e l’intellettuale di destra

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Ci fu un tempo ormai lontano, proprio all’inizio della nostra Societé - ricordate? - in cui si parlò, a proposito del Menone di Platone, degli intellettuali. Vorrei dirvi a questo proposito alcune cose massicce, ma che credo siano illuminanti.

Come si fece notare allora, ci sono, già da molto tempo, l’intellettuale di sinistra e l’intellettuale di destra. Vorrei darvene delle formule che, per quanto possano sembrarvi di primo acchito perentorie, possono comunque servirci a illuminare il nostro cammino.

Stolto, o anche démeuré (ritardato), termine piuttosto carico per cui ho una certa simpatia, sono parole che esprimono solo approssimativamente qualche cosa rispetto a cui - ci tornerò - la lingua e l’elaborazione della letteratura inglese mi sembrano fornire un significante più preciso. Una tradizione che comincia con Chaucer, ma che fiorisce pienamente nel teatro del tempo di Elisabetta, si incentra infatti intorno al termine fool.

Il fool è un sempliciotto, un ritardato, ma dalla sua bocca escono delle verità che non solo sono tollerate, ma acquisiscono una loro funzione per il fatto che talvolta il fool è rivestito delle insegne del buffone. Quest’ombra felice, questa foolery di fondo, ecco che cosa costituisce ai miei occhi il pregio dell’intellettuale di sinistra.

[…] A cui opporrei il termine knave […].

Knave a un certo livello del suo impiego si traduce con servitore, ma è qualcosa che va oltre. Non è il cinico, con quel che tale posizione comporta di eroico. E’, per l’esattezza, ciò che Stendhal chiama le coquin fieffé (il furfante matricolato), ossia, in fin dei conti, il signor Tutti, ma un signor Tutti con maggiore determinazione.

Sappiamo come un certo modo di presentarsi che fa parte dell’ideologia dell’intellettuale di destra consista per l’appunto nel porsi per quello che egli effettivamente è - un knave -, in altri termini nel non ritrarsi di fronte alle conseguenze di quello che si chiama realismo, e cioè, quando necessario, nel rivelarsi essere una canaglia.

Dopotutto, una canaglia vale bene uno stolto, almeno per quanto riguarda il divertimento, solo che il risultato della costituzione delle canaglie in branco è infallibilmente una stoltezza collettiva. E’ ciò che rende così sconfortante in politica l’ideologia di destra.

Ma osserviamo qualcosa che non si nota abbastanza: per un curioso effetto di chiasmo, la foolery, che conferisce il suo stile individuale all’intellettuale di sinistra, sfocia con faciltà in una knavery di gruppo, in una canaglieria collettiva.

Jacques LacanIl seminario VII, l’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008. pp. 214-215.

Crisi di sesso

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Ciò che spaventa la religione non è l’importanza del sesso, al contrario. I padri della Chiesa la sanno lunga sul sesso, sulle use perversioni, sui suoi effetti, e sono gli ultimi a sottovalutarne l’importanza. Ciò che li spaventa è che il sesso possa comandare una concezione della verità separata dal senso. La cosa terribile è che il sesso sia ribelle a ogni donazione di senso, mentre per la religione è una questione vitale il poter spiritualizzare, e dunque far significare, il rapporto sessuale […].

La funzione antireligiosa del faccia a faccia pensiero/sesso sotto il segno della verità è che esso sottrae il discorso sul sesso alle pretese della morale. Tale sottrazione equivale a una rivoluzione di così vasta portata da dubitare che il secolo [il XX ndr] sia riuscito a realizzarla. Certo, ha estirpato il sesso dalle figure più manifeste della moralità. Ma lo ha anche de-moralizzato? La morale può nascondersi sotto l’edonismo. L’imperativo “Godi!”, oggi sbandierato da tutte le riviste per adolescenti, mantiene e aggrava le strutture sintetizzate dell’imperativo “Non godere!”.

Alain Badiou, Il secolo, Feltrinelli, Milano 2006, pp. 95-96.

Ormai soltanto un web ci può salvare

Hai voglia ‘a parlà de internet. Internet, la cosa. “L’ha detto internet”. Ah, già, mo si dice er web. “L’ha detto il web”. “L’ha detto la tv!”, vi ricordate quando lo dicevano i nostri genitori? noi già sorridevamo. “Il web è diverso” diciamo noi. E c’è già chi sorride.

E’ l’uso cacchiarolina. E’ l’uso. E’ sempre l’uso. Una piazza è bona per far passare un buon pomeriggio ai vecchietti, un comizio, una biretta cogli amici, oppure - attenzione a’ sottile metafora - per fare il concerto del primo Maggio come per non farlo fare, magari protestando di brutto. L’importante è che in ogni caso non stiamo parlando di pranzi di gala.

La verità è che, parafrasando Popper, il web è una cattiva maestra quando la usiamo senza patente, perché per usare cose così potenti ci vuole un permesso, bast’anche quello della propria coscienza.

La potenza è nulla senza l’uso.

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Il web è uno strumento come un altro. Niente di più. E il suo uso è quello di sempre, quello che si fa con gli strumenti. Potrebbe essere la ruota, il carattere mobile, la lampadina, ma in ogni caso stiamo calmi. Mica quando è stata inventata la lampadina siamo entrati in un’altra dimensione. E’ cambiato tutto, ma il resto è comunque continuato ad andare come sempre. Imperturbato.

E’ l’uso, è sempre l’uso. Il web è un carattere nobile. Il suo uso appropriato, efficace, sano, etico, è un lusso. E’ roba per pochi eletti. Pochi eletti che possono essere tanti, ma in ogni caso non possono essere tutti. Tutti non esiste, se non tutti-quelli-che, perché non tutti hanno sempre qualcosa da dire. Quello di Warhol non era un auspicio. 

Vedi. Di nuovo. E’ sempre l’uso, il che che ne fa anche una questione di coscienza. I neuroni cambiano, davvero la vita digitale ti cambia il cervello, ma questo non significa che sei più intelligente. E’ come pretendere che un nuovo piano del traffico possa rivoluzionare a tal punto la circolazione da trasmutare le auto. No, è solo un nuovo pattern, abitudini che cambiano, da qui a una nuova umanità il volo pindarico da fare è enorme. 

La relazione tra te e il tuo smartphone non è transitiva: è il telefono ad essere intelligente, non tu.

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E’ il messianismo che rovina tutto. Trolla le coscienze. Il web potrebbe essere pure la Bastiglia, il superuomo, la connessione istantanea di tutti i peli del proprio corpo con i peli del corpo di tutti, ma in ogni caso non ci salverà. Cacchiarola, abbiamo già una chiesa soteriologica che va fortissimo, con quasi duemila anni di esperienza, sarebbe un po’ presuntuosetto mettersi ad adulare uno schermo, che tra l’altro ha interrotto il mio bellissimo rapporto con il giornalaio sotto casa.

E’ solo uno strumento, cristo. Scusate la bestemmia, ma ci sta proprio bene, perché la confusione gioca proprio tra iPad e Gesù Cristo. Ci piace tanto definirci postmoderni - che è un po’ come chiamare postantico il Medioevo - e poi cadiamo su una cosa così vecchia come la pubblicità.

Il web è una pietra litica. Bellissima, determinante, rivoluzionaria pietra litica. Ma pur sempre una pietra.

Bisogna sentirsi privilegiati nell’usare certe cose. Se il web fosse davvero uno strumento tipo l’aratro, la penicillina, l’aeroplano, allora la prima cosa da fare, per usarlo bene, sarebbe capire a cosa serve, altrimenti sarebbe solo un spreco di elettricità a beneficio del Mercato. Il web bisogna conoscerlo, smontarlo, spezzarlo, giammai adularlo, finiresti per postare deiezione su facebook.

Non ne faccio una questione illuministica, si può adulare anche la Ragione. Ne faccio una questione d’amore. Nell’adulazione si subisce la bellezza di chi si adula, finendo per credere di essere al cospetto di un dio. Crea distanze, dando l’illusione di un web dotato di vita propria. Invece bisogna amarla questa mirabile invenzione, farci l’amore. Ovvero la consapevolezza di una relazione di cui siamo responsabili.

windy-boy:

shuckyule:

i wonder if this guy ever got to the position

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yes

Questa si che è una campagna elettorale con i fiocchi

(Fonte: eggplantcrusader, via nipresa)

Per ciò che concerne le idee di Lacan, penso che egli metta in atto un’immaginazione molto pertinente nella ricerca del significante e si disinteressi del significato. Ora, un discorso scientifico, in quanto branca del sapere, non può permetterselo senza risultare mutilo. Per questo, quando leggo i suoi testi, non posso fare a meno di pensare: parole, parole, parole. Nonostante io ami e ammiri Mallarmé

—Lettera di Rudolph Loewenstein a Jean Miel, 12 settembre 1967, The Collectiona of the Manuscript Division, Library of Congress, Washington.

Storie della filosofia

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Credevo di dover contrapporre la storia della filosofia, quale è scritta dai filosofi, alla storia di noi storici, che all’occasione trattiamo anche di idee, e rilevavo la nostra confusione di fronte a quel modo di dare alla luce concetti allo stato puro che, spesso, gli storici si limitano con benevolenza a descriverci, senza alcun riferimento alle condizione economiche, politiche o sociali delle varie epoche: concetti usciti, verrebbe di pensare, da intelligenze disincarnate, che vivono una vita del tutto irreale nella sfera delle idee pure.

Lucien Febvre, Pour une histoire à part entière, EHESS, Paris 1962, p. 844, cit. in Élisabeth Roudinesco, Jacques Lacan, profilo di una vita storia di un sistema di pensiero, Raffaello Cortina, Milano 1995, pp. 99-100.

fuckyeahdementia:

parents protect your children

fuckyeahdementia:

parents protect your children

(Fonte: meme-meme)

Morire per un pugno di figa

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Supponete, dice Kant, che per mettere un freno agli eccessi di un lussurioso si realizzi la situazione seguente. C’è, in una camera, una signora verso cui lo portano momentaneamente i suoi desideri. Gli si lascia la libertà di entrare nella camera per soddisfare il suo desiderio, o il suo bisogno, ma alla porta d’uscita c’è la forca a cui sarà impiccato. Ma non è tutto qui, non è questo il fondamento della moralità di Kant. Vedrete dove sta la forza della dimostrazione. Per Kant non fa una grinza che la forca rappresenti un’inibizione sufficiente: è escluso che un individuo possa andare a fottere pensando che all’uscita lo aspetta la forca. Poi, stessa situazione per quanto riguarda l’esito tragico, ma abbiamo un tiranno che offre a qualcuno la scelta tra la forca e il suo favore, a condizione che faccia una falsa testimonianza contro un amico […]. Seguendolo su questo terreno, c’è tuttavia una cosa che sembra sfuggirgli: è che dopotutto non è escluso che, a certe condizioni, il soggetto della prima scena, non dico che si offra al supplizio, ma che possa prendere in considerazione l’eventualità di offrirsi a esso […]. Il nostro filosofo di Königsberg, questo simpatico personaggio, non sembra affatto considerare quella che Freud chiamerebbe sublimazione dell’oggetto […]. Kant, dunque, non sembra affatto considerare che in certe condizioni di sublimazione quell’oltrepassamento sia concepibile, tanto che si può dire che non è affatto impossibile che un signore vada a letto con una donna essendo sicuro di essere sgozzato all’uscita, dalla forca o da qualcos’altro, non è affatto impossibile che questo signore consideri freddamente quella fine che lo aspetta all’uscita, solo per il piacere di tagliare a pezzi la signora, per esempio. 

Jacques Lacan, Il seminario VII, l’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2008, pp. 130-131. 

Harpo

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Le cose di cui si tratta qui […] sono le cose in quanto mute. E le cose mute non sono affatto la stessa cosa delle cose che non hanno alcun rapporto con le parole. Basta evocare la figura che chiunque di voi avrà presente, quella del terribile muto dei quattro Marx Brothers, Harpo. C’è forse qualcosa che possa porre una questione in un modo più presente, più pressante, più coinvolgente, più sconvolgente, più nauseante, più fatto per gettare nell’abisso e nel nulla tutto ciò che succede in sua presenza, di quella faccia segnata da un sorriso di cui non si sa se sia quello della più estrema perversità o della stupidità più completa, la faccia di Harpo Marx? 

Jacques Lacan, Il seminario VIII, l’etica della psicoanalisi 1959-60, Einaudi Torino 2008, p. 65.

Rivolti gli occhi al mio inguine, vi accostò una mano ufficiosa, dicendo “salve!

Ad inguina mea luminibus deflexis movit officiosam manum et “salve” inquit 

Petronio, Satyricon, 105, 9.  

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Delle azioni, alcune sono rette, altre sono errate, altre non sono né una cosa né l’altra. Sono azioni rette le seguenti: aver senno, essere saggi, agire giustamente, gioire, beneficiare, vivere prudentemente. Sono azioni errate: agire dissennatamente, essere intemperanti, agire ingiustamente, essere tristi, rubare e, in generale, fare cose contrarie alla retta ragione. Né rette né cattive sono: parlare, fare domande, rispondere, passeggiare, emigrare e simili

Stobeo, 2, 96, 18 = Johannes von Arnim, Stoicorum veterum fragmenta, in aedibus Teubneri, Lipsiae 1903-38, vol. II, p.501. Citato in Giorgio Agamben, Opus Dei, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p. 83.  

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