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La materia non è solida

------------------------------------ morto un mondo, se ne fa un altro ------------------------------------Twitter LastFM YouTube Anobii

Si parla di un nuovo astrologo che vuol dimostrare che la Terra si muove invece del cielo, del Sole e della Luna, come se un uomo su un carro o in barca pretendesse che non si muove di posto ma che sono la Terra e gli alberi che viaggiano. Ma è così al giorno d’oggi: quando un uomo vuol fare il furbo, bisogna che inventi qualcosa e il suo modo di fare deve essere necessariamente il migliore. Questo imbecille vuol mettere con i piedi per aria tutta l’arte della astronomia. Solo che, e la Sacra Scrittura ce lo dice, è al Sole che Giosuè ha ordinato di fermare e non alla Terra

Martin Lutero, Discorsi a tavola, Walch, p. 2260, in Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, p. 151.

La psicoanalisi ha ucciso la scienza

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«Né l’ignoranza né le minacce di un’immaginaria inquisizione alessandrina possono spiegare perché gli astronomi greci, dopo aver scoperto il sistema eliocentrico, gli voltarono le spalle. Cicerone, Plutarco, Macrobio, sapevano che il Sole governa i movimenti dei pianeti; al tempo stesso, tuttavia, rifiutavano di ammettere questo fatto. O forse è questa irrazionalità che ci fornisce la chiave del problema, obbligandoci a rinunciare all’abitudine che abbiamo di trattare la storia della Scienza in termini puramente razionali. Perché ammettere che gli artisti, i conquistatori, gli uomini di stato obbediscano a motivi irrazionali e rifiutarlo soltanto agli eroi della scienza? Gli astronomi post-aristotelici negavano e affermavano ad un tempo il dominio del Sole sui pianeti; la ragione cosciente ha un bel respingere questo paradosso, è connaturato all’inconscio simultaneamente affermare e negare, dire di sì e di no alla stessa domanda, in qualche modo sapere e non-sapere».

Arthur KoestlerI sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Jaca Book, Milano 2010, pp. 74-75.

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Nella foto, gli epicicli e i deferenti di Tolomeo.

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Una delle chiavi per comprendere la rivoluzione che ha apportato la “scoperta dell’inconscio”, o la nascita della psicoanalisi come scienza, consiste nel ruolo che assume la scienza moderna dopo la morte del positivismo.
Come tutte le morti eccellenti, dall’eroe rivoluzionario all’eroe mitico, ogni morte non costituisce una dipartita. Dio è forse morto più di un secolo fa, nel 1882, o addirittura duemila anni fa. Eppure ciò non toglie che esso continui a persistere, a insistere, diciamo in un certo senso ad esistere. La morte in questi casi, riguardi Dio o l’iDeologia della positivismo, non attiene a chi muore, ma a chi vi assiste. La morte di un Illustre (religione o ideologia) è sempre per noi (come può un dio morire?), mai per lui. In altre parole, la morte in questi casi non è la fine di niente fintantoché non ci se ne rende conto.
Cosa ha ucciso la psicoanalisi? La scienza, proprio nel momento in cui ha reso scientifico lo studio di qualcosa che non è possibile osservare oggettivamente: il soggetto. La psicoanalisi ha rivoltato come un guanto il metodo scientifico, costringendolo a ripiegarsi su se stesso, osservando il suo stesso metodo, la sua oggettività. E’ impossibile fare della psicoanalisi una scienza esatta, eppure ha un metodo comprovato, collaudato ed efficace, con la differenza, rispetto alla scienza tout-court (quella dei laboratori e dell’osservazione di oggetti inerti), che non ha una fine: non si “guarisce” dai propri sintomi nevrotici o psicotici, altrimenti uno psicoanalista non sarebbe niente di diverso da un medico (un neurologo?). Ciò che la psicoanalisi garantisce, ed è già un grande successo, è lavorare sui propri sintomi.
Così, dichiarare la morte della scienza, come di Dio o di un’ideologia, non comporta niente di apocalittico. La morte della scienza non è la sua fine (si continuerà a credere, chissà per quanto, all’oggettività per intendere il sapere autentico), soltanto una nuova consapevolezza del suo ruolo: sappiamo oggi che è un metodo conoscitivo come un altro, anche se non tutti lo sanno, come l’inconscio, che è qualcosa di cui si sa che non sappiamo nulla.
Koestler, tracciando una storia della scienza, mostra come non ci sia alcun cammino verso l’oggettività, così come non c’è alcun progresso, semmai una pratica soggettiva che va convalidata dalla collettività, altrimenti non vale niente.

ps: la morte di Dio e della scienza è un’ottima notizia per il comunismo o più in generale per le pratiche politiche di emancipazione. Esperto di fallimenti, il comunismo, pur essendo morto, ha ancora tanto da dire, e ne avrà forse per sempre -come appunto Dio e la scienza- soprattutto in un periodo come questo, pieno zeppo di capitalismo.

Il cinismo del venerdì

Cosa fa oggi Cristina D’Avena?
«Concerti per l’Italia, centri commerciali. Conduco karaoke per bambini. Ho lanciato una mia linea di sneakers. Vado negli ospedali a far visita ai malati».

Un ricordo legato all’ospedale?
«Ho cantato I Puffi per un ragazzo in coma».

Si è risvegliato?
«No».

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Il cinismo del Venerdì di oggi di Repubblica. 

Penso alla immane Babele di minchiate che ho detto in vita, solo per pochi e fidati testimoni, e fremo di felicità al pensiero che non ne rimarrà nemmeno l’eco più remota

Michele Serra sull’Amaca di oggi sul perché non si iscrive a Twitter.

La superiorità dei palestinesi

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«La più grande vittoria del sionismo -una vittoria che regge da oltre un secolo- è l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere, studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo -l’umano sforzo- necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo, abbiamo di fronte […]. Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo inferiore e dominato cambi qualcosa […]. La nostra lotta contro il sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori».

Edward Said, La questione palestinese, The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000, pp. 93-94, via.

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Il ragionamento di Said potrebbe costituire un’ossatura teorica, un chiavistello politico, anzi, il grimaldello politico con il quale il conflitto israelo-palestinese possa trovare, se non una soluzione (i conflitti, checché ne dica Hegel, non hanno sempre in-sé e per-sé la propria soluzione), quantomeno un’epistemica (ἐπιστήμη, epì-, «su», histemi, «stare», «porre», «stabilire». Quindi, «che si tiene su da sé») da cui partire. Ovvero: le cose stanno così, esse costituiscono un fatto.
Qual è questo fatto, anzi, quali sono questi fatti?

1. La superiorità militare di Israele finché gli Stati Uniti restano impero.
2. La natura coloniale della costituzione dello stato di Israele.

Questo significa che per risolvere il conflitto, Israele e i suoi otto milioni di abitanti devono andare semplicemente via? Assolutamente no. La frittata ormai è fatta, una marcia indietro è impossibile, e questo costituisce il terzo fatto:

3. È impossibile eliminare, proprio perché “Stato”, lo stato di Israele.

Il discorso di Said è raffinato e difficile da trasformare in atto pratico perché non impegna nella semplice relazione oppositiva amico-nemico, in nome del quale si sceglie da che parte stare e si vuole semplicemente che l’Altro scompaia (nella storia nessuna guerra è mai finita così. Il vincitore prende tutto, ma il perdente resta. Hegel aveva ragione: ogni negazione dell’opposto non è mai un’abolizione ma sempre una mediazione). Per fare un esempio concreto, è la strategia che si vuole abbia adottato Mandela: spalla a spalla con il bianco colonizzatore per ottenere molto più di quello che si può ottenere facendogli la guerra.
Se abbiamo stabilito che c’è un’imprescindibile superiorità militare di una delle due parti (almeno finché gli Stati Uniti saranno un impero), quale scellerato proclamerebbe una lotta armata profondamente impari se non per promuovere velatamente i suoi interessi? È questo il punto nel quale gli interessi privati di un palestinese qualunque coincidono con gli interessi borghesi dell’intellettuale occidentale “filo-palestinese”.
È quindi la diplomazia l’unica strada percorribile. Ma non quella delle rappresentanze internazionali, perché queste portano alla ribalta gli interessi particolari degli stati-nazione. Piuttosto sono gli interessi particolari delle rappresentanze locali a costituire in questo caso una rivendicazione universale, cioè quella di un popolo che proclama la propria autodeterminazione non su un’evanescente “Palestina” -concetto anch’esso di proprietà borghese-occidentale- ma su una moltitudine di “etnie” e interessi particolari uniti tutti sotto un’unica condizione, quella di una moltitudine sottomessa.
L’intifada ha qui la sua forza concreta, quando mostra una lotta profondamente impari, come lo sono tutte le lotte di emancipazione. Un bambino contro un carrarmato, un sasso contro un cannone. La lotta più inutile che si possa fare dato l’esito scontato, eppure proprio per questo necessaria perché mostra l’evidenza di un’ingiustizia, di una sopraffazione senza alcuna possibilità di replica.
Cosa dice Said? Che la pratica politica per risolvere il conflitto ha la sua chiave nella moralità. Che significa? Che finché le richieste dei “palestinesi” (la moltitudine di popoli che vivono in quella zona) non vengono affermate su un piano morale, resteranno per sempre lettera morta. Ciò non significa che gli abitanti di questa zona del mondo che non sono israeliani devono affermare la propria superiorità morale rispetto all‘“assassino colonialista”, quanto piuttosto affermare il diritto all’autodeterminazione in un contesto evidentemente coloniale.
La conseguenza di questo punto di arrivo è di nuovo l’improponibile punto di partenza: se sono un colono, smetterò di esserlo quando il colonizzatore sparirà. C’è quindi un loop, un circolo che alla fine ti riporta sempre qui. Per questo il conflitto israelo-palestinese è diventato la questione palestinese: come risolvere l’impasse di uno stato inventato contro un altro stato inventato?

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L’impasse sta nel fatto che siamo di fronte a due nazioni inventate, ma in realtà tutte le nazioni, proprio in quanto nazioni, sono inventate. Ciò che abbiamo imparato dall’avventura coloniale, ciò che gli studi postcoloniali hanno dimostrato, è proprio l’insostenibile naturalità di uno stato. Ogni stato, come afferma Homi Bhabha, è disseminato. Non è un’entità chiusa ma un’interstizio (per usare un termine caro allo strutturalismo antropologico) aperto; un’entità fragile quando si racchiude in un nucleo “originario”, “vero”, “autentico”, incredibilmente forte quando si disperde in tutte le sue particolarità interne. Viviamo in un mondo in cui il diritto naturale di una nazione ad esistere è semplicemente ridicolo. Siamo tutti consapevoli oggi che ogni nazione ha dietro di sé una storia fatta di sopraffazioni e invenzioni culturali atte a giustificare, nascondere e armonizzare l’orrore fondativo, il violento strappo con il quale un popolo afferma sé stesso e nello stesso tempo distanzia sé stesso da questo atto (il “nakba" -l’esodo forzato e indiretto di non meno di 700mila persone per fare spazio allo stato di Israele- è l’atto fondativo di Israele che gli israeliani non possono ammettere come proprio perché atto criminale).
Seguendo questo ragionamento disillusorio sul concetto di nazione, si arriva alla conclusione che tanto il sionismo quanto l’anti-sionismo rappresentano una tremenda ingenuità, perché entrambi si rifanno all’ingenuo e premoderno concetto di “nazione” come entità naturale, fissa e immutabile. Quindi chi si dice sionista è uno stupido? No, semplicemente opportunista, porta avanti interessi particolari, di classe, che poco hanno a che vedere con questioni nazionali. È quello che Said afferma quando dice che bisogna «smascherare con sistematicità il progetto sionista», mostrare quindi gli interessi privati e tutt’altro che romantici dietro l‘“amore per la propria terra” (che non c’entra niente con la “terra promessa” biblica). Non è un caso che proprio nel momento storico del tramonto (attenzione, un tramonto del genere può durare secoli) delle nazioni come entità naturali -di cui i nazionalsocialismi rappresentano l’ultimo baluardo- sia seguito il rigurgito conservatore del sionismo.
Per questo l’abolizione dello stato di Israele è ipocrita e “borghese”: l’unica soluzione in questo senso è abolire non lo stato di Israele ma ogni stato. Ma questo ancora nessuno è disposto a farlo.
Said non propone una soluzione (non è detto che un conflitto del genere possa mai risolversi), piuttosto un piano empirico evidente su cui i popoli che lottano contro l’oppressore possano riconoscersi: la loro superiorità morale, fintantoché resteranno oppressi, nei confronti dell’oppressore. Questa superiorità morale va mantenuta però in una complicata consapevolezza: io Israele non ho alcun diritto naturale da reclamare così come coloro ai quali ho usurpato la terra non hanno alcun diritto naturale di cacciarmi.
La finalità di questa superiorità morale è puramente comunicativa: devono saperlo tutti, tutti devono rendersi conto della condizione di oppressi in cui vivono i popoli di quella zona che non sono israeliani. E quelli che devono convincersi più di tutti sono soprattutto l’opinione pubblica dell’impero che rende possibile la superiorità militare di Israele sugli altri popoli confinanti: gli Stati Uniti.

Postidealismi psicoanalitici

«Uno degli sketch tipici della commedia televisiva americana è la scena del riconoscimento tardivo: un uomo vede un’automobile che viene portata via dalla stradale; comincia quindi a ridere malignamente della sfortuna del proprietario, prima di sobbalzare per la sorpresa un paio di secondi dopo: “Ma, aspettate, quella è la mia macchina!”. La forma più elementare di questo sketch è, ovviamente, quella dell’auto-riconoscimento ritardato: passo accanto a una porta a vetri e credo di scorgere dietro di essa un individuo brutto e sfigurato; rido, poi, d’improvviso, mi rendo conto che il vetro era in realtà uno specchio e che dunque era me stesso che stavo guardando poco prima. La tesi lacaniana è che questo ritardo è strutturale: non c’è alcun auto-conoscenza diretta; il sé è vuoto».

Slavoj Žižek, Meno di niente, Hegel e l’ombra del materialismo dialettico, Ponte delle Grazie, Milano 2013, pp. 178-179.

La Germania ha paura

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È davvero una coincidenza che abbia scoperto questa poesia del poeta e docente di letteratura Franco Buffoni il giorno dopo che la Germania ha ottenuto la qualificazione alla finale dei Mondiali. O forse non c’è alcuna coincidenza. 
In ogni caso, la posto perché riassume, come solo una poesia può fare, un secolo breve di storia appena passata che ritorna incessantemente. Perché ritorna se è passata? Perché è ancora irrisolta. Sto parlando del nazionalsocialismo tedesco e delle politiche totalitarie succedutesi in Europa tra il 1922 (anno della nascita dell’Italia Fascista e dell’Unione Sovietica) e il 1975 (fine dell’ultima dittatura, quella di Franco in Spagna). 
La pedagogia storica semplifica questo periodo storico all’orrore indicibile dell’Olocausto. Così la (breve) storia degli imperi europei del XX secolo è diventata un fantasma, un morto vivente che ritorna incessantemente. Che cos’è un morto vivente? È una cosa che non sa di essere morta, che dovrebbe essere morta ma che ancora non lo è. Come Dio che, quando muore, se non si è fatto i conti con se stessi, si incarna in una potenza ancora più devastante dell’onnipotenza divina.
Cos’è la riduzione della politica nazionalsocialista tedesca all’Olocausto senza una riflessione sulla sua politica, che tanto diversa dalla logica politica attuale - quella fatta di eccezioni, decreti e profitto - non è? È questo il morto vivente della storia che ancora ci terrorizza nonostante sia passato tanto tempo e tante commemorazioni: quella storia tanto passata, tanto lontana in realtà non lo è affatto.

Braaaaaaaaaains.

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Ecco la poesia di Buffoni, una conversazione tra la Germania (testo corsivo) e il resto dell’Europa:

Siamo tra la crisi del ventinove
E la nomina di Hitler alla Cancelleria,
Siamo qui nell’interim
A cavalcare
Nel timore di farci scavalcare…

Da Atene Roma Madrid e Lisbona?

No, da Berlino Nord Sud Est e Ovest.

Ma non volevate dominare il mondo?
E adesso che l’Europa l’avete conquistata…

Cercate di capire, il primo e il secondo
Dei nostri recenti tentativi
Non sono stati propriamente sbagliati:
Li abbiamo solo messi in atto
Con mezzi sbagliati.

E adesso
Che i mezzi sono quelli che funzionano,
Adesso che ci avete conquistati
Non ci volete più,
Non la volete più l’Europa?

Adesso abbiamo paura. Angst, nur Angst…

Dunque, fateci capire: l’Europa la volete
Ma non fisicamente…
Ne desiderate solo l’anima,
Il resto dobbiamo tenercelo
Nutrendolo come possiamo…

Ach so…

(source)

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Nella foto, una scena del film Zombie (Dawn of the Dead), di George A. Romero.

La scienza è inutile

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«Le tecniche antiche sono tutt’altra cosa che scienza applicata. Per quanto ci possa apparire sorprendente, si possono edificare templi, palazzi, ed anche cattedrali, scavare canali e costruire ponti, sviluppare la metallurgia e la ceramica, senza possedere alcun sapere scientifico, o non possedendone che i rudimenti. La scienza non è necessaria alla vita d’una società, allo sviluppo di una cultura, all’edificazione d’uno stato o anche d’un impero. Vi furono imperi, fra i più grandi, civiltà, fra le più belle, (pensiamo alla Persia o alla Cina) che ne hanno interamente, o quasi interamente, fatto a meno; come ve ne furono altri (pensiamo a Roma) che, avendone ricevuto il retaggio, non vi hanno aggiunto nulla o quasi nulla. Non dobbiamo sopravvalutare il posto della scienza come fattore storico: nel passato, anche quando essa esistette effettivamente come in Grecia o nel mondo occidentale premoderno, il suo posto fu minimo».

[…]

«Perché la scienza nasca e si sviluppi, occorre, come ci spiegò già lo stesso Aristotele, che vi siano uomini che dispongano di tempo libero; ma questo non basta: bisogna anche che fra i membri delle leisured classes compaiano uomini i quali trovino soddisfazione nella comprensione, nella theoria; occorre anche che questo esercizio della theoria, l’attività scientifica, abbia valore agli occhi della società. Ora queste cose non sono per nulla necessarie; sono anzi cose rarissime, che, a mia conoscenza, non si sono realizzate se non due volte nella storia. Poiché, a dispetto di Aristotele, l’uomo non è naturalmente animato dal desiderio di comprendere: neppure l’uomo ateniese. E le società, piccole o grandi, apprezzano generalmente pochissimo l’attività puramente gratuita e, all’inizio, perfettamente inutile, del teorico. Poiché, bisogna proprio riconoscerlo, la teoria non conduce, almeno non direttamente, alla pratica; e la pratica non genera, per lo meno non direttamente, la teoria. Tutt’al contrario, il più delle volte essa ce ne distoglie. Così la geometria non fu inventata dagli arpedonapti egiziani, che avevano da misurare i campi della valle del Nilo, bensì dai greci, che non avevano da misurare niente d’importante; gli arpedonapti si accontentarono delle esazioni [imposte approssimativamente]. Parimenti non furono i babilonesi che credevano all’astrologia e che perciò avevano bisogno di calcolare e prevedere le posizioni dei pianeti nel cielo…ad elaborare un sistema di movimenti planetari. Furono ancora una volta i greci, che non ci credevano».

Alexandre KoyréPerspectives sur l’histoire des sciences (da Scientific Change cit.), ora in EHPSc, pp. 358-359, citato nell’introduzione di Paolo Zambelli di A. Koyré, Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Einaudi 2000, pp. 38.39.

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L’inutilità della scienza è un’affermazione illuminista, una controintuizione agli antipodi della stessa identica affermazione che potrebbe fare un complottista.
La scienza non è utile nel senso che non ha interesse. Non produce utili, e quello che fa non lo fa per interesse. Quindi, non genera profitto, perché il profitto sta alla fine di un processo di produzione nel quale la scienza non c’è più da un pezzo, trovandosi sempre e soltanto all’inizio. Per esempio, quando un’azienda mercifica la sintesi molecolare di un elemento chimico sotto forma di medicinale protetto da copyright.
L’assunto filosofico di fondo è il seguente: il pensiero, la conoscenza, entra in azione quando è urtata (da un oggetto sconosciuto, dalla visione di un tramonto). Gli antichi greci chiamavano la sensazione di essere urtati nel pensiero θαυμάζειν (thaumàzein), stupore. Per questo la theoria, la visione delle idee, l’attività del pensiero, inizia quando non si ha nulla da fare: come mettersi a pensare se tieni da fare? Il “ma vai a zappare!” rivolto all’intellettuale ha qui il suo logico fondamento.
Sapere aude! diceva Orazio: abbi il coraggio di usare il cervello. Motto fatto proprio dai razionalisti del XVIII secolo, quando il primo professore di storia della filosofia (della storia) alla domanda “che cos’è l’illuminismo?”, rispose:

«L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo».

Immanuel KantRisposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? 

Alexandre Koyré è stato un filosofo e storico della scienza del XX secolo. Una specie di accademico Piero Angela, o Neil deGrass Tyson, ante litteram. La sua è una visione antipositivistica della storia della conoscenza: la scienza non ci aiuterà ad appiattire le disuguaglianze, ma neanche favorisce le disuguaglianze. Non c’è propriamente progresso nella scienza, cioè la scienza non fa progredire alcunché, piuttosto può far progredire una classe sociale, un popolo, che si impossessa di una determinata tecnica a svantaggio di un’altra classe o popolo. Ma questo è un altro discorso, in cui la scienza c’entra ben poco. 
La scienza non ha alcun interesse particolare, se non quello di conoscere. Poi, una volta scoperto l’oggetto che cerca o che non si aspetta di trovare, lo articola in un discorso coerente fatto di leggi che rimandano a loro volta a nient’altro che alla necessità di conoscere.

Nella foto, Isaac Newton.

La tecnica del populista opportunista

Mauro Covacich sul Corriere della Sera di oggi (qui trovate la rassegna) fa una splendida analisi di un recente feed di Matteo Salvini su Facebook, questo qui:

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È stato postato il 30 giugno, commentando nello stesso giorno la notizia del ritrovamento del peschereccio con 30 morti in stiva. L’account di Salvini scrive con l’efficace tecnica comunicativa del populista opportunista, ovvero compiacendo apparentemente quanta più gente possibile, ma in realtà limitandosi a raccogliere consensi per la conservazione del partito, un partito che con pochi elettori è riuscito ad avere negli ultimi dieci anni un potere enorme. Il feed di Salvini, o di chi per esso, dimostra una certa abilità nel ponderare un linguaggio scandaloso, velenoso e bugiardo ma che, grazie alla forza della moderazione (non c’è una parolaccia) e dell‘“altruismo” (aiutiamoli a casa loro) vuole risultare convincente. Ecco l’analisi di Covacich.

«La nave sta entrando in porto con trenta persone soffocate nella stiva. Ad aspettarla sul molo ci sarebbero il primo ministro e il ministro degli Interni in maniche di camicia, imbrattati di sangue. Due complici presi con le mani nel sacco, è questa l’immagine evocata ad arte dal tweet di Salvini. Va detto subito che non è l’unico politico ad adottare questa tecnica comunicativa (benché i leghisti ne siano forse per tradizione i veri maestri). Nell’immaginario comune, essere scorretti significa innanzitutto non essere ordinari, polverosi, conformisti, filistei, significa parlare come si mangia, significa mostrare la propria irriverenza contro i dispositivi del potere e quindi non esserne parte. 
È una soluzione che ti compra subito: tutti noi amiamo pensarci come individui anticonformisti, uomini e donne “contro”. Ma si tratta di un equivoco. Non basta seppellire il politichese per diventare antagonisti, tutt’al più basta per diventare qualunquisti. La scelta sacrosanta di smettere il politichese, inteso come il linguaggio misterico dei privilegiati, non comporta per necessità il disprezzo della correttezza politica, anzi.
Forse questo linguaggio da teppisti ha fatto il suo tempo (tanti anticonformisti creano un nuovo conformismo). Salme, ebeti e tutti gli altri insulti della scorsa campagna elettorale non aiutano il rispetto. La vera trasgressione ora è tornare al politicamente corretto. Ecco un bambino portatore di handicap. Ecco una signora affetta da disturbi psichici. Ecco una ragazza di colore. Emerito ministro, lei secondo me si sbaglia. Eccetera eccetera. Quando tutto è in frantumi sono le parole a tenerci uniti. I sassi e le sassate non fanno che peggiorare la situazione. Il linguaggio è la casa in cui siamo nati, la nostra vera comune. Non ci vuole tanto a capire che bisogna averne cura».

Mauro Covacich, Il politicamente scorretto che ci rovina, Corriere della Sera di martedì 1 luglio 2014.

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Ovviamente Covacich non sta dicendo che lanciare sassi è controproducente in generale. Lo scrittore smaschera piuttosto uno pseudo anticonformismo che lascia ben poco spazio al cambiamento e molto al mantenimento dello status quo. Perché è dello status quo che si tratta ogni volta che c’è da lanciare una pietra. È in gioco il cambiamento, ovvero scompaginare i privilegi. Il conservatore, l’antagonista che impedisce la realizzazione di un progetto politico di emancipazione, si è appropriato di questo linguaggio, per questo è difficile essere anticonformisti oggi senza risultare conformisti. Così si crede di veder scagliare pietre, quando in realtà sono solo ami per raccogliere consensi.

Vedere il negro dove non c’è

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In questi giorni di delusioni (ormai quasi scemate) da eliminazione mondiali, vorrei segnalare due post che hanno brillato per faciloneria e superficialità. Due articoli che personalmente si sono guadagnati il trofeo di “Ok, sei antirazzista, ma lo stai facendo nel modo sbagliato”.

La lezione di Mario di Giacomo Giubilini.
La pratica del negro sacrificale di Quit the Doner.


C’è stato Roberto Baggio nel ‘94, Luigi Di Biagio nel 1998 (chi se lo ricorda?), lo sputo di Francesco Totti del 2002, la gomitata di De Rossi del 2006 (ma lì abbiamo vinto il mondiale quindi non vale) e infine il pessimo rendimento di Fabio Quagliarella nel 2010. Quattro espliciti esempi di capi espiatori com’è da tradizione nella letteratura calcistica più raffinata.
Con Mario Balotelli è lecito chiedersi, visto che ha la pelle di colore nera, se il suo essere diventato capo espiatorio nel raffinato opinionismo calcistico sia dovuto al suo essere nero. La risposta è no perché Balotelli (come Baggio, Di Biagio, Totti e Quagliarella) rispetta almeno uno dei tre requisiti per essere un capo espiatorio: alte aspettative deluse, pessimo rendimento, mancanza di conclusione in occasione da gol. 
Amen.
Ok che scrivere un post antirazzista fa sempre figo (come d’altronde sto facendo io adesso). Ma vi garantisco che in questo caso parlarne è una forma di witz, di lapsus, di rivelazione inconscia: Balotelli ha giocato male, più o meno come gli altri, per questo è un facile bersaglio. Se credi che sia un facile bersaglio perché è nero, allora sei tu che vedi il nero dove non c’è.
Farla finita col razzismo nel calcio significa mangiare la banana, ignorare proprio il fatto che sia nero.

Guerra alla droga, la storia di una madre che non si è suicidata

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La “battaglia” dell’ex prefetto Antonio Reppucci si rifà ad una vecchia guerra, così clamorosamente fallita che anche l’Onu ha dovuto ammetterlo: la “guerra alla droga”, la campagna lanciata da Nixon nel 1971 e non ancora finita, proprio perché da sempre già fallita (come può, una guerra nata già fallita, fallire di nuovo?). 

È questa la cultura del prefetto di Perugia, rimasta quarant’anni indietro ma ancora attuale per i nostri standard italiani da amatori radiotelevisivi. Ma la realtà delle cose è ben diversa da una semplificazione bigotta.
Una volta ci si scandalizzava per un bacio, ora siamo incredibilmente spregiudicati in fatto di sesso. Ma sulla droga, chissà perché, ancora ci piace pensarla come una specie di Male con gli occhi bianchi quando è da sempre, e lo sarà per sempre, in mezzo a noi.

All’indomani di un’offesa paternalista e sessista lanciata contro “le madri”, il Guardian ci racconta (immagino casualmente) una storia esemplare per tutte le madri che hanno un tossico in famiglia. È la storia di Martha Fernback (foto a sinistra), ragazza inglese morta un anno fa a 15 anni dopo aver scelto in autonomia e coscienza l’MDMA giusto per provare la troca. Aveva studiato la cosa in totale solitudine, con coscienziosità, scegliendo la pasticca giusta, quella meno costosa ma di buona qualità. Alla fine aveva scelto proprio quella giusta, ma aveva sbagliato la dose: 91% di MDMA invece di una media “da strada” del 58%. Oggi sua madre, Anne-Marie Cockburn (foto a destra), a un anno dalla morte di sua figlia, non ha inveito impotente contro la troca, o contro la televisione e le cattive compagnie, ma si è rivolta al governo, con un’iniziativa semplice, da persona istruita e al corrente dei fatti: una campagna per spingere il governo a legalizzare e regolamentare l’uso delle droghe. Il ragionamento di Anne-Marie è anch’esso semplice, imbarazzante per la sua verità: è il governo, con la sua “lotta alla droga”, che ha messo sua figlia nelle condizioni di scegliere in clandestinità e totale solitudine.

[ Un punto di partenza importante per comprendere l’inutilità di un concetto quale quello di “lotta alla droga”. L’illegalità è una condizione determinata che coesiste alla legalità, come l’altra faccia della medaglia: tolto uno, scompare l’altro, e viceversa. L’illegalità non è il resto, lo scarto che avanza una volta stabilito cosa è lecito, ma al contrario è il principio che permette l’inclusione del legale: se stabilisco cosa è giusto, stabilisco implicitamente o esplicitamente cosa è sbagliato. Se stabilisco una legge, stabilisco anche cosa la vìola. È un’errore madornale, da abc della giurisprudenza, credere che il diritto sia l’articolazione esclusiva della legalità (cosa farebbero i poliziotti senza i cattivi, e i cattivi senza i poliziotti?), il diritto è una certa articolazione tra legale e illegale]

La mossa di Marta è stata coscienziosa ma stupida, troppo rischiosa. Marta pensava che da sola avrebbe calcolato tutti i rischi. Se ci fosse stato lo Stato, al contrario, con i suoi meccanismi di controllo sul mercato, se non di monopolio, Marta non sarebbe stata sola. Avrebbe avuto più possibilità di valutare i rischi, arrivando a sperimentare l’esperienza con maggior sicurezza, o addirittura (visto che non sarebbe stata sola), arrivare a convincersi che non ne sarebbe valsa la pena.

Del periodo della guerra alla droga ci è rimasto un gruppo, che sia chiama appunto The War on Drugs. Il genere che fanno è rivelatore: ineffabile new wave.

Le scie chimiche si attaccano ai capelli

—Una mediocre metereologa sotto acido intrappolata in una caverna piena di pipistrelli

Che cosa (non) è il male

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«Se non conosciamo la storia di chi compie atti atroci, se non conosciamo la storia di chi sceglie il male, come possiamo conoscere il bene? Come possiamo scegliere il bene? Ma - affermano gli sdegnati censori - Napoli è il sole, il mare, la cultura, i frutti di mare e la pizza più buona del mondo, le canzoni, Enrico Caruso e Villa Pignatelli. Caravaggio e San Domenico Maggiore. Parla di questo no?
Rispondo che queste bellezze fanno parte della sua stupenda complessità. Tra l’altro ogni meraviglia appena citata porta con sé sudore, sangue, sporcizia, corruzione. La bellezza di Napoli, isolata e cantata per promuovere l’immagine è il modo migliore per renderla sterile».

Roberto SavianoPerché sono tutti cattivi nella Gomorra che va in tv, La Repubblica, anno 39, n. 135, martedì 10 giugno 2014.

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La novità che ha rappresentato Breaking Bad, una delle migliori serie televisive degli ultimi anni, è stata quella di raccontare il male alla luce del sole, nel sole cocente e desertico di Albuquerque. La questione che braking bad pone, cocente e attualissima, è: come raccontare il male nel posto dove non dovrebbe stare. Come raccontare il male nel posto più difficile dove raccontarlo, in una soleggiata cittadina del New Mexico, in un’ordinaria middle-class americana.
Lo sforzo è notevole, quasi impossibile, perché si tratta di mostrare il nascosto (ciò che non si fa, ciò che non si deve fare, ciò che non si deve sapere né assolutamente vedere) nella sua manifestazione più chiara e cristallina. In psicoanalisi sarebbe far parlare l’inconscio. Far parlare, quindi, proprio ciò che non si esprime se non in un linguaggio pieno zeppo di metafore, slittamenti, censure e metonimie, quindi incomprensibile. Eppure non smettiamo mai di far parlare l’inconscio, sia quando andiamo in analisi che quando facciamo una confidenza a un amico.
La cronaca giornalistica potrebbe sembrare un ottimo strumento per raccontare la realtà del male. La cronaca può raccontare il male. La cronaca non smetterebbe mai di raccontare proprio questo male, quello piccolo piccolo, ordinario. L’Italia del giornalismo ha raccontato tantissimo le varie Franzoni, i vari piccoli Pacciani. Storie di personaggi ordinari che diventano straordinari. Insospettabili madri che si rivelano all’improvviso persone orribili, dei mostri. Ebbene, il punto è proprio che il male non è niente di tutto ciò. Non c’è rivelazione nel male, il male non si rivela all’improvviso, è sempre già lì, dove dovrebbe stare. La cronaca al contrario ha invitato la Franzoni a piangere in tv poche settimane dopo aver fracassato la testa di suo figlio. La cronaca purtroppo non potrà mai raccontarci la verità di un delitto perché fissa qualunque storia nelle briglie della narrazione spettacolare, riducendo ogni particolare esistenza al lietmotiv schizofrenico ordinario-straordinario, dolce-amaro, commovente-rabbioso. Il suo interesse non è la verità, cioè dire le cose come stanno, ma incastonare il racconto, qualunque racconto, nel dualismo spettacolare che fissa male e bene come due squadre di calcio da supportare.
Ma allora che cos’è il male?
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Potevo essere io, Elliot Rodger, afferma Brian Levinson su Slate in un bellissimo articolo sulla strage di Isla Vista. Il giornalista si riconosce nel timido Rodger, che scarrozzava sulla sua Bmw postando noiosissimi video su youtube dove raccontava la sua solitudine. Levinson e tante altre persone nel mondo hanno vissuto quello che ha vissuto Rodger. Ma se la maggior parte di noi non ha deciso un giorno di sparare dalla propria automobile è solo perché l’adolescenza, con il suo turbine di narcisismo, frustrazione e solitudine, prima o poi finisce.
Quindi, che cos’è il male? Come conoscerlo, come vederlo per quello che è, veramente, realmente? Il paradosso è che la verità dell’orrore del male verrà sempre dalla finzione di una sceneggiatura scritta con grande maestria. E questo non perché vogliamo che la vita di questi esseri malvagi diventi inverosimile per essere vera, ma al contrario perché, per essere sopportabile nel loro orrore, deve essere raccontata, deve essere sceneggiata. Per esempio, la verità del delitto di Cogne è che si tratta della storia di una donna che ha ucciso suo figlio per farne un altro, magari migliore, magari meno difficile di come si è rivelato Samuele. Annamaria Franzoni è lontanissima da Medea: l’omicidio non è lo strumento per punire sé e il suo compagno, la verità è molto più banale, come il male. Lo uccide perché non vuole un figlio così. È terribile, ma è la verità, è la verità di un pensiero che passa per la testa di parecchie madri, con la differenza che il gesto folle lo fanno in pochi.
Spiegato così, brutalmente, mostrando una donna che sostituisce un bimbo con la stessa razionalità con cui compriamo un oggetto, è una cosa insopportabile. Una cosa che si può dire, ma in una forma diversa. L’unico modo per sopportare una tale verità è prendendone le distanze, farla apparire sullo schermo, su un libro. La storia è la stessa: una donna che uccide suo figlio per farne un altro “migliore”. Ma a questo soggetto si aggiungerà la sceneggiatura, la scenografia, la regia. Un’imbellettatura necessaria per rendere il tutto più digeribile.
L’unico modo per sopportare una verità indicibile è non dirla, o meglio non dirla così com’è, nuda e cruda, così com’è accaduta, ma al contrario sceneggiarla. La conseguenza è notevole: non crediamo che tutto quello che vediamo sia finto, o almeno non solo, tutt’al più sappiamo bene che tutto ciò che viene messo in scena è vero. La verità è un Reale insopportabile, traumatico, deve essere mediato in qualche modo.
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Adorno aveva ragione nel dire che è impossibile scrivere poesie dopo l’Olocausto. Abbiamo scoperto che c’è la possibilità e una volontà di trattare gli uomini come corpi da buttare. Abbiamo conosciuto l’uomo senza vestiti, senza simboli, senza dignità. Abbiamo conosciuto l’uomo che subisce il male nel modo più radicale, e questo male ci ha fatto scoprire che l’uomo così com’è, l’uomo con soltanto il suo corpo, è una cosa orribile e insopportabile. Ma la tesi di Adorno, per quanto vera, va oggi rinforzata e rovesciata. Ci siamo resi conto che non possiamo raccontare nulla di così orribile come il male, ma ci siamo anche resi conto che l’unico modo per rapportarci ad esso senza l’illusione di liberarcene e senza il rischio di subirne una fascinazione è proprio quello di farcelo raccontare, con l’onestà di chi sa bene che la rappresentazione è un’arma a doppio taglio: può mostrare e occultare, disincantare e illudere.

Per concludere con Napoli. L’illusione è proprio quella di credere che pizza e mandolino non siano illusioni, ma il cuore vero della città di Napoli. La verità è al contrario che pizza e mandolino sono le vere illusioni che rendono bella questa città. 
Se la verità della camorra è la fascinazione antisistema è quindi ovvio che “affrontarla” per “sconfiggerla” è la cosa più stupida che si possa fare, perché perpetua proprio la lotta oppositiva che la costituisce, rafforzando le posizioni antagoniste, radicalizzando una finta lotta tra bene e male, quando la verità della camorra è proprio il suo illudersi di essere un elemento antisistema. La camorra è un sistema, lo sappiamo tutti. Ma se la camorra non è un elemento antisistema, ma sistema tanto quanto è “sistema” il mercato, qual è il Reale della camorra, qual è la sua verità? La camorra è credere di vivere una vita antisistema, quando altro non è che un modo come un altro per mantenere un potere e creare profitto. Il Reale della camorra è che non è assolutamente Il Male, ma l’articolazione tra illegale e legale che costituisce l’essenza stessa della legge. Ma questa è un’altra storia. 

Nella prima foto, Elliot Rodger, nella seconda la Columbine High School vista dall’alto.

Sobrietà

La sobrietà con cui i pentastellati feisbucchini si rivolgono in questi giorni a quelli che non hanno votato M5S somiglia alla ex che ancora ci tiene a te nonostante sia finita, e che apostrofa con giudizi obiettivi e ponderati quella stronza puttana senza cervello con cui te la fai adesso

La filosofia della psicoanalisi di Lacan

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Provo a fare un esperimento. Una condensazione filosofica di un testo di Lacan. Si tratta del testo “componibile” per antonomasia, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragione dopo Freud. Un testo che è già stato fatto a pezzetti, composto, decomposto, ricostruito e decostruito.
Lo citerò come se sottolineassi, saltando le subordinate, le pause, le parentesi e le esitazioni che rendono la lettura di questo testo la faticosa lettura di un discorso scritto.
Citerò il testo di un autore che non è un filosofo.
Citerò tre pagine de L’istanza, verso la fine, dove Lacan parla del soggetto moderno e dell’importanza della scoperta dell’inconscio. Quelle dove Lacan butta in mezzo Cartesio. Qui sembra in atto lo strapazzamento del soggetto cartesiano ad opera di Freud, ma in realtà non si smette di parlare di psicoanalisi.

Cercherò di citare un Lacan condensato, per dargli un senso “filosofico”. Citerò correttamente il testo, e in un solo caso invertirò le subordinate, verso la fine, nelle due asserzioni in corsivo.

Tutto questo, sostanzialmente, per citare male Lacan. Quindi, per citarlo come si deve.

Proviamo.

Je pense, donc je suis (Cogito ergo sum) non è solo la formula in cui si costituisce, con l’apologeo storico di una riflessione sulle condizioni della scienza, il legame con la trasparenza del soggetto trascendentale della sua affermazione esistenziale.
Forse io non sono che oggetto e meccanismo, e dunque nulla più che un fenomeno, ma sicuramente in quanto io lo penso, io sono, assolutamente. Senza dubbio i filosofi vi hanno apportato importanti correzioni, e in particolare che in ciò che pensa (cogitans), io non faccio mai altro che costituirmi come oggetto (cogitatum). Resta che attraverso questa estrema depurazione del soggetto trascendentale, il mio legame esistenziale col suo progetto sembra irrefutabile, almeno nella forma della sua attualità, e che:

«cogito ergo sum» ubi cogito, ubi sum

Beninteso, ciò mi limita a non esserci, nel mio essere, che nella misura in cui penso che sono nel mio pensiero; in quale misura io lo pensi veramente, non riguarda che me, e, se lo dico, non interessa a nessuno.
Tuttavia, eluderlo col pretesto delle sue sembianze filosofiche, è semplicemente dar prova di inibizione. Perché la nozione di soggetto è indispensabile al maneggiamento di una scienza, i cui calcoli escludono ogni «soggettivismo».
È proibirsi l’accesso a quel che si può chiamare l’universo di Freud. Come si dice: l’universo di Copernico. Infatti è proprio alla rivoluzione cosiddetta copernicana che Freud stesso paragonava la sua scoperta, sottolineando che una volta di più ne andava del posto che l’uomo si assegna al centro di un universo. E il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico? Ecco il problema.
Non si tratta di sapere se parlo di me in modo conforme a ciò che sono, ma se, quando ne parlo, sono lo stesso che colui di cui parla. Il cogito filosofico è nel punto focale di quel miraggio che rende l’uomo moderno così certo di essere sé nelle incertezze su se stesso, o attraverso la diffidenza che da tempo ha potuto imparare a praticare nei confronti delle insidie dell’amor proprio.
Se, rivolgendo contro la nostalgia che essa serve l’arma della metonimia, mi rifiuto di cercare un senso aldilà della tautologia, e se mi decido a non esser altro che ciò che sono, come staccarmi dall’evidenza che sono in questo stesso atto?
Come pure, se mi sposto all’altro polo, metaforico, della ricerca significante, e mi voto a diventare ciò che sono, a venire all’essere, non posso dubitare che anche se mi ci perdo ci sono.
Ora, è proprio su questi punti che si ha la svolta della conversione freudiana. Questo gioco significante della metonimia e della metafora, che incardina il mio desiderio su un rifiuto del significante o su una mancanza dell’essere, si gioca là dove non sono perché non mi ci posso situare.
Sono bastate queste poche parole per lasciar interdetti per un istante i miei uditori: penso dove non sono, dunque sono dove non penso. Parole che all’orecchio teso rendono sensibile con quale ambiguità da furetto sfugga alla nostra presa l’anello del senso sulla funicella verbale.

Ciò che si deve dire è: là dove sono il trastullo del mio pensiero, non sono; là dove non penso di pensare, penso ciò che sono.

La verità non si evoca che nella dimensione di alibi grazie a cui ogni «realismo» nella creazione trae la propria virtù dalla metonimia, e che il senso non offre altro accesso che il duplice gomito della metafora. Il significante e il significato saussuriano non sono sullo stesso piano, e l’uomo s’ingannava a credersi situato nel loro comune asse che non è da nessuna parte.
Questo, almeno, finché Freud non ne ha fatto la scoperta. Giacché se ciò che Freud ha scoperto non è questo, non ha scoperto nulla.

Jacques LacanL’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud, in J. Lacan, Scritti, Einaudi, Torino 2002, pp. 511-513.

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