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La materia non è solida

---------------------------------- morto un mondo, se ne fa un altro ------------------------------- -----------------------------------------(Un blog pedagogico) ------------------------------------Twitter LastFM YouTube Anobii

Rebus

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«Mi trovo davanti un indovinello figurato (rebus): una casa sul cui tetto si vede una barca, poi una singola lettera, poi una figura che corre e alla quale è stata cancellata la testa con un apostrofo ecc. Ora potrei erroneamente obiettare che questa composizione e i suoi elementi sono assurdi. Il posto di una barca non è il tetto di una casa e una persona senza testa non può correre; la persona inoltre è più alta della casa e, se il tutto deve raffigurare un paesaggio, le singole lettere, che certo non si trovano in natura, non vi si integrano. La corretta valutazione del rebus si ha evidentemente solo se non sollevo alcuna di queste obiezioni contro l’insieme o i particolari, e mi sforzo invece di sostituire ogni immagine con una sillaba o una parola, che in base a una qualunque relazione possa essere raffigurata da un’immagine. Le parole che così si compongono non sono più senza senso, ma possono creare la più bella e significativa frase poetica. Il sogno è dunque un indovinello figurato di questo tipo e i nostri predecessori nel campo dell’interpretazione dei sogni hanno commesso l’errore di giudicare il rebus come una composizione figurativa. Come tale esso è apparso loro assurdo e privo di valore».

Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2012, pp. 256-257.

Nella foto, il dipinto di Joseph Sutter (1781-1866) Il sogno di Giacobbe.

Sono solo una fangirl, vi prego, non ho cattivi pensieri e per di più sono bianca.

—Uno dei tweet con il quale @QueenDemetriax_ spiega all’American Airlines che scherzava quando l’ha minacciata di fargli un attentato il primo giugno.

Vivere senza inconscio

«Immagina quello che farebbero le persone se non credessero più in Dio».

«Le stesse cose che fanno adesso, solo non più di nascosto».

Martin Hart e Rustin Cohle, True Detective, s01e03.

Traumdeutung

«Scherner ritiene persino che la fantasia onirica possieda un’immagine preferita per raffigurare l’intero organismo: l’immagine della casa. […] Lunghissime strade fiancheggiate da case per indicare lo stimolo intestinale. […] Nel sogno provocato dal mal di testa, il soffitto di una stanza (che il sognatore vede ricoperto da ripugnanti ragni simili a rospi) rappresenta la testa.
"Così il polmone che respira trova il suo simbolo nella stufa infuocata che mugghia come il vento, il cuore in casse e ceste vuote, la vescica in oggetti rotondi, a forma di sacco o semplicemente cavi. Il sogno provocato nell’uomo dagli stimoli sessuali lascia che il sognatore trovi per strada la parte superiore di un clarinetto, poi la stessa parte di una pipa, e ancora una pelliccia. Clarinetto e pipa raffigurano approssimativamente la forma del membro maschile, la pelliccia i peli del pube. Nel sogno sessuale femminile lo spazio stretto fra le cosce unite può essere simboleggiato da un cortile angusto, circondato da case, la vagina da un sentiero molto stretto e sdrucciolevole che attraversa il cortile e che la sognatrice deve percorrere per portare una lettera a un signore"».

Johannes Immanuel Volkelt, Die Traum-Phantasie, Stuttgard, citato in Sigmung Freud, L’interpretazione dei sogni, Einaudi, Torino 2012, p. 90.

Se nella interpretazione dei Suoi sogni incontra difficoltà così notevoli, e dunque dentro di Lei si sono sollevate resistenze così forti contro una serie di stimoli che si sono prodotti nella Sua psiche, istruirLa nell’interpretazione dei Suoi sogni equivale a farLe imboccare la strada dell’autoanalisi. Ma, una volta che abbia avuto inizio, l’autoanalisi non cessa subito, e forse Ella è occupato da lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni. Se è in grado di superare questi pericoli e di perdonarmi l’indiscrezione, con cui dovrò frugare e investigare dentro di Lei, se può tollerare gli effetti penosi che forse dovrò risvegliare in Lei: insomma se intende rivolgere contro la Sua stessa intimità l’amore implacabile della verità proprio del filosofo, sarò ben lieto di fare, per Lei, la parte dell’«Altro» in questo lavoro.

La risposta di Sigmund Freud a Heinrich Gomperz che, un mese dopo l’uscita de L’interpretazione dei sogni, scrive a Freud per dirgli che non riesce a interpretare i propri sogni seguendo il metodo del libro. In Sigmund Freud, Lettere alla fidanzata e ad altri corrispondenti 1873-1939, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 203.

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In una straordinaria sintesi con pochi punti e molte virgole, Freud condensa la psicoanalisi in queste poche parole, in un momento [1899] in cui la psicoanalisi ancora non esisteva.

1. La psicoanalisi è una certa pratica filosofica: «l’amore implacabile della verità».
2. Il suo metodo è un’autoanalisi che sconvolge l’esistenza, risvegliando «effetti penosi». Insomma non è una spa. Se si è occupati da «lavori che non tollerano turbamenti e interruzioni» meglio lasciar perdere.
3. Infine l’analista non c’entra niente con tutto ciò, occupando «la parte dell’Altro in questo lavoro».

L’estremismo dello status quo

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C’è un punto fondamentale da tenere presente nell’avanzata della destra in Europa (o della prossima ondata populista, fate voi).

Front Nazionale (Francia), Lega (Italia), Dansk Folkeparti (Danimarca), Vlaams Belang (Belgio), Alba Dorata (Grecia), Partito Nazional-Democratico tedesco (Germania), British National Party (Gran Bretagna). Questi sono la maggior parte dei partiti su cui si prevede una sensibile crescita del proprio elettorato.

Ebbene, non sono “anti-sistema”. Non sono antagonisti.

Cos’è il “sistema” in questo caso? E’ il mantenimento dello status quo, ovvero l’economia liberale fondata su un libero mercato finanziario poco regolamentato dallo stato. Liberalismo, dice il liberalismo, è il migliore dei mondi possibili perché ha vinto su tutti gli altri per forza, dinamicità e straordinaria adattabilità. Ed è tutto vero. Viviamo veramente un’era post- qualcosa.
Non c’è più alcun gioco politico, alcuna alternativa di pensiero, nessuna diversa concezione del lavoro tra il partito socialista di Hollande e quello nazionalista di Le Pen, né tra il PD di Renzi e Forza Italia di Berlusconi. Il mondo è davvero “mondializzato”, economicamente omogeneo. Così tutti i partiti europei, dall’estrema sinistra all’estrema destra, condividono da almeno vent’anni la stessa linea di pensiero: liberalismo, sempre e comunque.
Questo è il motivo per cui l’affermazione del Movimento 5 Stelle “non siamo né sinistra né destra” è molto potente. Da un lato è ovvia: caduto il muro di Berlino, quale partito può dirsi oggi orientato secondo i vecchi schemi di “sinistra” e “destra”? Dall’altro è un’affermazione dalla forte carica emancipatoria: come non credergli sulla parola? L’affermazione “né sinistra né destra” non è solo una semplificazione fuorviante, ma anche la manifestazione di una consapevolezza. Una consapevolezza che ho ritrovato soltanto nell’M5S di Grillo e nella Syriza di Tsipras. Quella consapevolezza che proprio il classico partito nostalgico di estrema destra non potrà mai dare: la consapevolezza del presente. Davvero viviamo in un mondo in cui le vecchie categorie politiche sono fuori tempo massimo.
Quello che è importante tenere presente quando si andrà a votare a maggio è che la scelta non è tra partiti moderati e movimenti populisti. Non è un’alternativa tra civiltà e barbarie, perché entrambe non offrono la benché minima alternativa allo status quo liberale, ad un’economia che la crisi sta solo rendendo più radicale, più estrema, più liberale, e che non riusciamo a non cambiare, o non vogliamo assolutamente cambiare, fate voi.

(“Non c’è crisi! Soltanto che l’economia non è stata ancora veramente liberale!”.)

Le derive xenofobe fanno paura ma avranno solo l’effetto di radicalizzare lo status quo con un pizzico di romanticismo fantasy. Non torneremo al totalitarismo, soltanto staremo un po’ peggio di adesso. Lo straniero che lavora per la ricchezza della nazione che lo ospita godrà sempre degli stessi diritti anche con Le Pen, perché tanto l’economia è tutta delocalizzata, i veri sfruttati stanno altrove, mica nel ricco e “multiculturale” occidente.
Per concludere. Votate chi volete, o scegliete di non votare, ma non crediate di star votando un’alternativa se mettete una x a mo’ di protesta, oppure se la mettete su un partito “tradizionale”.

(Oh, ridiamo del partito comunista e dei populisti, ridiamo finanche del concetto di “partito”, però al congresso del Partito Socialista Europeo e a quello del Partito Popolare Europeo non mancava nessuno!)

Nella foto, Marine Le Pen.

Her, un film sul corpo e l’amore

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Her (2013) è una storia sul corpo e sull’amore. Su un sistema operativo che si sente inadatto a una relazione con un essere umano e di un essere umano che si sente inadatto a una relazione con un sistema operativo. Lapalissiano direi. Niente di più simile a quello che può capitare a una storia d’amore qualsiasi.
Il linguaggio del film di Spike Jonze è il linguaggio dell’amore, il linguaggio di Frammenti di un discorso amoroso. Il linguaggio degli innamorati. Un linguaggio fondamentale per la coppia, folle, melodrammatico e surreale per chi non vi fa parte.

"La mia ragazza è un sistema operativo"
"Ok! Ci vediamo a cena domani tutti e quattro?"

Her è una storia banale. All’inizio è la storia della fine di una storia d’amore. Di come ci voglia tempo a superare un amore finito, di come le relazioni a volte servono a colmare i vuoti.
Poi diventa una lezione su come l’amore sia la cosa più immensa, ciò che vince sempre, anche sulle storie d’amore finite. Di come sia capace di farti amare anche 641 e passa persone contemporaneamente, anche se per l’uomo questo è un limite invalicabile, un limite costituito dal corpo.
Il corpo è l’unico limite che si frappone tra Theodore (Phoenix) e Samantha (Johansson). E’ il corpo che ti costringere a vivere un amore alla volta. A vivere una vita alla volta. Non c’è differenza tra Theodore e Samantha, ma limite. Non è un film che dimostra come sia impossibile una storia d’amore tra uomo e macchina, ma di come sia impossibile, in generale, ogni storia d’amore fondata sul bisogno di colmare vuoti.
Non è un film sulla superiorità della macchina. Si tratta invece di un discorso sul limite, quello che c’è tra due persone molto diverse che vogliono stare a tutti i costi insieme. All’inizio è Samantha a credere di avere questo limite, di mancare, di difettare in qualcosa. E si frustra nel non poter avere un corpo. Poi avviene un rovesciamento, precisamente nella scena del pic-nic dell’uscita a quattro. Samantha si rende conto che non è il corpo che gli manca, anzi, è il corpo stesso ad essere in difetto. Ora è Theodore ad essere in difetto, e con lui l’umanità intera. “Non potete capire come ci si sente senza corpo” dice Samantha.

Non è una questione di meglio o peggio, di superiorità morale o fisica. E’ veramente superficiale metterla così. Samantha crede di essere superiore a Theodore solo perché, non avendo corpo, non ha limiti nello spazio e nel tempo. Ma a conti fatti, di quale superiorità si tratta? Se alla fine si tratta di dominio, per questo ci vuole comunque un corpo, per forza. I terminator hanno un corpo, come conquisterebbero il mondo altrimenti, con la loro eterea voce? E poi, e qui concludo il discorso sulla macchina, se vogliamo proprio parlare di dominio, parliamo del dominio degli uomini tra di loro, della servitù volontaria a cui si sottopongono, quel dominio di cui parlano proprio i film cyber-punk. L’ansia del dominio della macchina è niente di più che l’ansia per una società fondata ancora, duemila e passa anni dopo l’arrivo della civiltà, sul dominio.
Succede quindi che dalla scena del pic-nic in poi il sistema operativo Samantha non ha in mente di conquistare il mondo, piuttosto ritrova semplicemente se stessa, si rende conto che è inutile vivere come se avesse un corpo. Samantha, e tutte le macchine coscienti insieme a lei, è quella che è proprio perché non ha un corpo. Non ce l’ha, e non lo avrà mai, perché è un sistema operativo. Se avesse un corpo sarebbe soltanto un essere umano tra tanti, e addio la cosa interessante.
Samantha ritrova se stessa quando si rende conto che non è neanche così importante avere o non avere un corpo. Il corpo fa vivere, ma c’è ben altro nella vita che respirare. Mica siamo semplici animali? Allo stesso modo, Samantha non è mica soltanto un insieme di pezzi e circuiti (l’uomo è forse soltanto un ammasso di budella?).
Non è una questione di meglio o peggio, di corpo o di mente, di sentimenti o di ragione. Il film non si sofferma su cosa sia una relazione tra un uomo e una macchina. Jonze esce da questa visione ristretta. Non vuole mostrare l’amore tra un uomo e un frullatore, ma mostra come l’amore non è una cosa che appartiene all’uomo. Che questo Altro, rappresentato da Samantha, la macchina con la coscienza, non rappresenta niente di diverso, niente di così imperscrutabile di quell’Altro che sono tutte le altre persone che non sono io.

Il Movimento 5 Stelle deve liberarsi di Grillo

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La campagna elettorale del Movimento 5 Stelle, inaugurata il 28 gennaio scorso con la tagliola della Boldrini e l’assalto ai banchi della Camera, si rivelerà un’efficace e populistico tentativo per tenere a galla il movimento quanto più vicino possibile a quel sorprendente 25%. E’ la propaganda su cui per vent’anni ha speculato Silvio Berlusconi, ben consapevole che la maggior parte degli italiani legge pochissimo e si abboffa di televisione. Di fronte a un popolo così, non c’è niente di meglio che il vecchio populismo, che afferma: c’è un sacco di gente che non capisce un cazzo (quale sia non si sa), solo chi vota me sa magicamente di cosa ha bisogno questo paese. L’elettorato di Berlusconi e quello del Movimento 5 Stelle ragionano allo stesso identico modo: voi fate schifo, noi siamo il meglio, noi amore, voi odio, zi buana. Noi democratici, voi antidemocratici. E’ il messaggio che passa ogni volta che il leader parla, con un effetto reazionario più che rivoluzionario, che rimarca esattamente la figura del marchese del Grillo: ridicolizzo il sistema, ma mai e poi mai potrei metterlo in discussione. E’ il populismo utile a mantenere in piedi i movimenti che esplodono e si assestano, straripano e poi si ritirano negli argini su un più gestibile 10/15%. Ma prima di questo, bisogna affrontare le europee di maggio, bisogna essere pronti insieme alla Lega, al Front Nazional e ad Alba Dorata per prendere quanti più voti è possibile. O ora o mai più. Mi spiace mettere insieme M5S e fascisti, ma purtroppo il populismo è il procuratore in pectore dell’estremismo di destra.
In questa campagna elettorale che ci accompagnerà fino alle prossime elezioni politiche, passando per quelle europee, M5S seguirà il vecchio precetto illuminista: il volgo, il popolo, va guidato perché non capisce un cazzo (l’inesorabile conclusione è che, essendo tutti noi popolo, a non capirci niente sono anche quelli che ci tengono a sottolinearlo).
M5S è davvero qualcosa di assolutamente diverso. L’ho visto nella bellissima ingenuità con cui a febbraio dell’anno scorso i neo parlamentari si presentarono in streaming: belli, giovani, entusiasti e fieri. Ma per essere davvero un’alternativa politica (per essere quello che una volta si chiamava “l’avvenire”) deve liberarsi di Grillo e della sua propaganda. Lo so, è una contraddizione liberarsi proprio di colui che ha fatto arrivare questo partito al 25% (più di tutto, una campagna elettorale, lo Tsunami Tour, che resterà negli annali per velocità, brevità ed efficacia). Ma è proprio qui che risiede la forza politica e non solo comunicativa di un movimento. Ogni rivoluzione è un cambiamento che coinvolge attori e spettatori, indistintamente, e senza snaturare le intenzioni di fondo. M5S deve costituirsi, insomma, come alternativa politica nei fatti, al di là delle parole. Deve nascere qualcosa da dentro il movimento (i recenti timidi sussulti del sindaco di Parma sono un’occasione da prendere al volo), fuori dal controllo dei dirigenti. Se non succederà, se M5S non commette questo parricidio, si fossilizzerà nel proprio megafono e sarà inesorabilmente destinato ad assestarsi su un 10/15%, la quota che si aspettavano i dirigenti un anno fa e quella su cui Grillo sta puntando per rendere il movimento più stabile e gestibile.

Perché voto Tsipras (ovvero l’importanza dei libri e del bicchiere mezzo pieno)

Alle elezioni europee di maggio ho scelto di votare la lista Tsipras. Non per Tsipras, ma per quelli che appoggiano Tsipras. Non è tanto l’uomo che seguo, ma l’onda (piccola o grande che sia) che sta provocando. Lo so, detta così la cosa sembra irrazionale, ma alla base ci sono solidi motivi, sacrosanti direi, che risiedono nella natura delle persone che finora si sono fatte avanti appoggiando apertamente il leader di Syriza.
In Italia sono Stefano Rodotà e Barbara Spinelli, all’estero Slavoj Žižek e Srécko Horvat. Ce ne sono tanti altri, altri che non conosco, ma questi quattro già bastano per rendere chiara l’idea di quale onda sto parlando. Dietro queste persone ci sono un’idea e un pensiero.

Con la cultura se magna

L’idea è che con la cultura se magna, tanto, e pure bene. Questa gente, Rodotà, Spinelli, Žižek, Horvat, legge molto, e io mi fido della gente che legge molto. Leggere, lo dice pure la pubblicità, fa bene, dà una grande forza. Non la forza del radicalchicchismo bibliofilo, non quella de “la cultura è importante (collezionale tutte!)”, quanto la forza della lettura come disciplina ascetica. Leggere richiede dedizione, è un lavoro. L’idea che con la cultura se magna è l’idea che la disciplina e il sacrificio sono ciò che costituisce propriamente il lavoro (su di sé, sul mondo).

L’Europa s’ha da fare
Il pensiero è che l’Europa non c’è ancora. L’Europa s’ha da fare. Tsipras, insieme a tutti quelli che lo appoggiano, ha inserito il discorso di “un’Europa che non c’è” in quello di “un’Europa che ancora non c’è”, fuori dalla logica populista. L’Europa si realizza senza che nessuno vada “a casa”. Il populismo si interessa solo del “tutti a casa”, ma per nulla del dopo, del “chi resta?”, “che fare?”. Di questo il populismo non può occuparsi, perché vive in un eterno presente di amore per l’opposizione e odio verso il nemico. Non può essere una pratica politica, solo propaganda.
Il nodo “dell’Europa che non c’è” che Tsipras e i suoi sostenitori vogliono sciogliere è più complesso: storicamente, l’idea di un’Europa come costituzione politica degli Stati del Vecchio Continente non mai è stata al centro dei pensieri dei padri costituenti dell’Europa unita. Se sono forse un po’ estremo nel metterla su questo piano, mettiamola così: l’idea d’Europa che si è andata costituendo nei decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale è sempre e solo stata quella di un’unità economica fondata sul principio liberale del libero scambio (d’altronde, con l’Europa sfasciata dalla guerra era veramente difficile rifiutare gli aiuti statunitensi).

Il liberale vuole il bicchiere strapieno
Purtroppo questa stessa economia che ha fatto boom tra gli anni ‘50 e i ‘70 di parecchi paesi del mondo, è la stessa che oggi ci sta portando al disastro. Oggi il liberalismo economico si è radicalizzato a tal punto, reso così sofisticato, ha così mondializzato il mondo (lo ha trasformato in Uno, one world, una economia, un solo tipo d’uomo, un solo tipo di donna) da aver esasperato e radicalizzato il principio su cui basa la sua prosperità: lo sfruttamento delle risorse umane e naturali. La politica neoliberale di arricchimento sfrenato è fondata su un principio che tutto sommato, intuitivamente, non sembra malvagio, tanto che ormai è entrato nella testa di tutti. E’ il principio del bicchiere trasbordante. Esso afferma: “E’ vero che un’economia basata sullo sfruttamento delle risorse e degli uomini, senza alcun controllo statale, aumenta in maniera radicale le disuguaglianze, con i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e la classe media sempre meno classe media. Ma vi assicuro che se i ricchi fossero tanto schifosamente ricchi, il bicchiere sarebbe talmente colmo che tutta questa enorme ricchezza concentrata in poche zone del mondo, in pochi Stati, in poche città, sarebbe talmente tanta da trasbordare, da eccedere i luoghi in cui è distribuita per spargersi un po’ ovunque, anche dove non c’è, per esempio nel punto più basso, dove poggia il bicchiere, dove vivono i disperati”. Il principio radicale del neoliberalismo è il seguente: gli sfruttati beneficeranno della loro condizione di sfruttati in virtù del loro essere sfruttati! Il bicchiere trasborderà. 
A Napoli, nei primi anni del berlusconismo, la strada diceva: “E’ talmente pieno di soldi che un po’ di pane lo darà anche a noi”.
Il bicchiere trasborderà.
Sia chiaro, questa non è una personale sintesi pregiudiziale del neoliberalismo. Parlate con un esperto economista qualsiasi. Se non riconosce la forma con cui l’ho presentato, vi assicuro che non potrà negare che il principio neoliberale in economia è fondamentalmente un bicchiere trasbordante. E’ la figura inventata dall’economia neoliberale per spiegare se stessa.

E’ ancora impossibile criticare il neoliberalismo
Il guaio è che, pur avendo platealmente fallito ogni politica economica neoliberale fondata sul principio del bicchiere trasbordante, non è detto che il suo fallimento provochi il suo declino, né tanto meno la sua scomparsa. La difesa del neoliberalismo ha strada facile: se c’è crisi non è perché il bicchiere che trasborda è una cazzata, ma perché il bicchiere in realtà non ha mai trasbordato. In altre parole, c’è crisi, affermano gli avvocati difensori, perché l’economia non è mai stata veramente liberale, tutt’al più è ancora zavorrata dai vecchi socialismi del controllo statale. La rivoluzione liberale ha fallito perché non c’è ancora mai stata! E verso quale altra follia può portare questa consapevolezza, verso quale follia può portare una vera rivoluzione liberale se non allo smantellamento totale del walfare state, affinché la macchina dell’economia finanziaria possa finalmente spargere le sue enormi speculazioni verso tutti? Solo allora il bicchiere trasborderà davvero!
Sarà questo il muro contro cui Tsipras e i suoi sostenitori cozzeranno. E’ ancora oggi un’obiezione validissima: “Non abbiamo ancora smantellato tutto il pubblico, non abbiamo ancora privatizzato tutto, perché non ce lo lasciate fare, cazzo?”. Un po’ come ragionava nel 2001 la gente che aveva votato il finto liberale Berlusconi: “Abbiamo provato tutto, proviamo pure questo!”. Un po’ come adesso ragiona una grossa fetta dell’elettorato del Movimento 5 Stelle: “Ma diamogli una possibilità a sti ragazzetti!”. In tutti questi casi la governance è demandata, delegata, deresponsabilizzata, con l’elettore che si autoestromette dalle decisioni politiche. La trappola populista è tutta qui. Berlusconi è solo un giullare, Grillo solo un comico. Intanto sono coloro che mantengono lo status quo.

Tsipras sogna il ritorno della politica
Tsipras e i suoi sostenitori sanno che prima ancora dell’economia, nella politica a contare è la politica, ovvero tutti quei valori che non possono dare profitto, non possono dare ricchezza materiale, vengono prima di qualunque capitale. Sono i valori senza interesse. La politica è ciò che si pratica senza interesse. E’ questo il motivo per cui, quando passa in tv il racconto della vera pratica politica, è un racconto noioso, appunto non interessante. E’ come veder leggere, veder lavorare, che palle se non sei tu a farlo! Per questo il populismo è tremendamente affascinante: in tv funziona alla grande.
Gli argomenti e i valori della politica sono tutti quelli relegati nei libri, e saranno sempre più pressanti e urgenti man mano che scegliamo un liberalismo sempre più radicale. E quali sono questi “valori” della politica? Sono tanti, ma riassumibili in un concetto che li racchiude tutti: uguaglianza. E’ il valore dell’uguaglianza per tutti gli uomini e le donne, prima ancora di sapere che lavoro fanno e da dove vengono. Questo è il principio politico per eccellenza.
Affermazioni quali: “tutte le intelligenze sono uguali”, “tutti gli uomini sono uguali”, non sono slogan, ma rivoluzioni politiche che impegnano tremendamente chi le sostiene. “Tutti a casa!” non impegna chi lo afferma, ma impegna solo chi ha un interesse personale a gridarlo: “tutti a casa!” ma non di certo io; “fuori gli immigrati!” ma io di certo non vado a fare il lavoro che faceva mio nonno; “fuori dall’euro!” ma certo non fuori dagli affari delle multinazionali. “Uguaglianza per tutti” è invece un’affermazione che coinvolge in prima persona, ti sconquassa. Perché “uguale agli altri” dovrai esserlo pure tu, non solo gli altri.

L’uguaglianza non si fa con il culo di nessuno.

Volere davvero un’uguaglianza universale (impossibile già solo accostare due termini quali “uguaglianza” e “universale”) impone sacrifici che non sono il “tirare la cinghia”, ma lo stesso sacrificio che ti impone lo studio di un testo, il lavoro quotidiano. L’uguaglianza mette in gioco le persone affinché sacrifichino i propri privilegi per vivere in un mondo in cui non è lo sfruttamento il principio della ricchezza.

E’ questo il retropensiero dei sostenitori di Tsipras.

Oggi abbiamo assolutamente bisogno di un’Europa politica. Un’Europa che sia presente nella crisi in Ucrania, accanto alla Russia e agli Stati Uniti. Che non sia evanescente quanto una sanzione, un richiamo, una multa. Che non sia inconsistente quanto una transazione finanziaria ma presente come potenza politica prima che (e quindi anche) economica.
Non credo che Tsipras sia la “terza via”, la terza alternativa al neoliberalismo e al populismo estremista. E’ in realtà la seconda via, l’alternativa allo status quo. L’alternativa. L’alternativa all’Europa filo-tedesca, l’alternativa all’austerità.
Questo è il passo in più che fa Tsipras. Non ha le idee tremendamente più chiare del populista, ma sa benissimo che c’è bisogno di una proposta alternativa. Forse questa alternativa ancora non c’è. Sicuramente non c’è ancora perché storicamente non c’è mai stato niente che non fosse una politica neoliberale con lo sfruttamento di risorse umane e naturali al centro di tutto.
Quello a cui Tsipras e i suoi sostenitori vogliono porre fine non è soltanto il principio che l’economia debba guidare la politica, ma anche quello opposto che la politica debba guidare l’economia. Deve finire la regola del profitto sopra ogni altra cosa, la regola della ricchezza, dello sviluppo e della crescita come principio guida della politica. Deve iniziare una stagione in cui si parli di nuovo di uguaglianza, senza la paura che a mettere in mezzo queste idee si finisca con l’essere autoritari, se non totalitari: è questa paura a mantenere lo status quo!

Mi fido di chi imposta la politica così, mi sono sempre fidato.

Grazie mamma e papà

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Lo sapevate che i genitori di Sorrentino, quando il regista napoletano aveva 17 anni, hanno fatto il botto con una bombola a gas nella loro casa di montagna?
Che poi il regista napoletano si è iscritto a Economia e Commercio, nella prospettiva magari di ereditare la carriera di papà, impiegato di banca? Che poi a 25 anni di cui due fuoricorso lascia tutto e prova a fare il regista (a 28 scrive L’uomo in più)?
Ma la cosa straordinaria non è tanto questa parabola melodrammatica dell’artista che fa della sua tragedia il motore e l’energia del suo talento. Probabilmente non è così per Sorrentino, non posso saperlo, non lo conosco. Il trauma, insegna Freud, è il modo in cui digerisci quello che ti capita. Non è quando capita che il trauma è un trauma. Quando capita, il trauma non è un trauma, e solo una cosa che capita. E’ solo quando in seguito dovrai dargli inesorabilmente una spiegazione che la cosa potrebbe traumatizzarti.
Magari Sorrentino non se l’è mai data la spiegazione. O forse, al contrario, proprio sì. Chissà, comunque sia non ha importanza.
La cosa straordinaria è un’altra.
A chi dedica il premio? Ai genitori! Che se non era per la loro morte non sarebbe mai diventato regista. Forse uno scrittore, forse un impiegato di banca, chissà, ma in ogni caso la sua vita, con i genitori in vita, sarebbe stata molto diversa.
Daniela D’Antonio, giornalista e moglie di Sorrentino, ha detto che La grande bellezza parla del rimpianto e della morte.

This is for my parents Sasà and Tina.

Grazie a te Paolo.

Questo giornale è stato fatto in circa quindici ore da un gruppo di esseri umani fallibili che, lavorando in redazioni affollate, ha cercato di scoprire cos’è successo nel mondo facendoselo dire da persone a volte riluttanti a parlare e altre volte apertamente ostili

—L’avvertenza che secondo David Randall ogni quotidiano dovrebbe avere. Citato da Giovanni De Mauro in Internazionale n. 1038, anno 21, 14/20 febbraio 2014.

Che cos’è il populismo

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«Il fallimento del comunismo tedesco negli anni Venti, il fallimento dell‘“uomo sovietico” negli anni trenta, il fallimento dei movimenti di liberazione anticoloniali negli anni Cinquanta e Sessanta, il fallimento del maoismo, del ‘68, delle proteste contro la guerra e contro la globalizzazione - tutti questi fallimenti apparenti sembrerebbero dimostrare sempre lo stesso punto fondamentale: la natura diffusa, sistemica e dunque insuperabile, del capitalismo contemporaneo e delle forme di Stato e di potere disciplinare che l’accompagnano.
Una simile storia distorta equivarrebbe, secondo me, solo a una razionalizzazione delle sconfitte subite nell’ultimo quarto del XX secolo. Dopo le turbolenze rivoluzionarie del tardo XVIII secolo, in Francia e ad Haiti, la storia del mondo moderno è stata caratterizzata dalla determinazione manifestata dalle nostre classi dirigenti nel voler pacificare il popolo che governano. Come Michel Foucault ha dimostrato in modo convincente, un’ampia gamma di strategie controrivoluzionarie tese a criminalizzare, dividere e poi dissolvere la volontà del popolo - per rirportarlo alla sua condizione “normale” di gregge disperso e passivo - furono sviluppate in fretta durante e dopo la Rivoluzione francese; in un utile intervento, Naomi Klein ha recentemente mostrato che, negli ultimi due decenni, strategie simili sono state impiegate a nuovi livelli di intensità e ferocia. Il risultato, finora è stato la conservazione della passività e della deferenza popolare a una scala sconcertante».

Peter Hallward, Comunismo dell’intelletto, comunismo della volontà, in L’idea di comunismo, Derive e Approdi, Roma 2011, pp. 147-148.

Il populismo non è un movimento politico, non è una posizione politica, è la deriva naturale che inizia ad assumere la propaganda politica ogni volta che c’è una crisi strutturale. Ogni volta che c’è crisi la voce del popolo si fa sentire. 
Ma cos’è questo “popolo”? E’ ciò che non è assolutamente da nessuna parte, letteralmente. E’ il nulla contenuto nel concetto stesso di comunità: “popolo” è la rappresentazione di una comunità pura, nel senso di essere una rappresentazione totalmente epurata dai riconoscimenti interni delle parti che la compongono.
Comunità è com-munus, letteralmente una comunità-di-debitori (munus è il dono che avvia uno scambio di doni). E se il debito è dover dare ciò che non si ha (il credito che il creditore gode verso il debitore), allora la rappresentazione di un “popolo”, ciò che il popolo ha, ciò che la comunità è nella sua purezza, è un insieme vuoto, un cum-munus, appunto una comunità*. “Popolo” è una comunità di debitori. Il popolo, propriamente, non esiste, non esiste “popolo” se non popolo dei, dei commessi, dei calciatori, dei pensionati, degli aviatori. Popolo è massa informe, blob della comunità, popolo è la comunità. E’ l’irrappresentabile, nient’altro che popolo, nient’altro che comunità.

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"Populista" è chi pretende di rappresentare il popolo, quindi chi considera se stesso come parte di un popolo, il che è una cosa alquanto ovvia, sarebbe come dirsi parte dell’umanità. In termini politici quindi "populista" è davvero poca cosa: siamo tutti "populisti", facciamo tutti parte del "popolo". Qui risiede la diatriba infinita e improduttiva tra il "populista" gridato come un insulto ("sei un sempliciotto") e il "populista" rivendicato con orgoglio ("sì, sono uno del popolo, e allora?"). In entrambi i casi non si fa un passo avanti.
Di per sé, quindi, “populismo” è un termine neutro, ovvio, pre-morale, apolitico, nel senso che è la base prima di ogni politica, viene prima ancora di ogni pratica politica. E’ questo il motivo per cui chi rivendica una realtà positiva al populismo - ovvero chi non lo intende soltanto come il munus alla base di ogni pratica politica ma già come pratica politica - non si riconosce in alcuna categoria particolare: come potrebbe se esso è nient’altro che “popolo”? “Populista” è l’illusione di essere rappresentabile prima ancora di avere un’interesse di categoria da rivendicare. Per questo populista non è “né sinistra né destra”: come potrebbe se viene prima di ogni categoria sociale, prima di ogni pratica politica? Populista non è la voce del cassaintegrato, del dipendente pubblico, della casalinga e del professionista, è tutte queste categorie messe insieme in un vociare infinito e sconclusionato. 
Quando il riconoscimento dei diritti delle categorie sociali non passa per la loro rappresentabilità - per esempio quando le rappresentanze sociali (sindacati, associazioni dei consumatori, comitati elettorali) sono in crisi - succede che il desiderio di riconoscimento si disperde e viene fagocitato in un vuoto consociativo che raccoglie tutti i pezzetti. Questo vuoto consociativo prende pian piano una forma e, pur di non prendere una posizione, pur di mantenere al proprio interno tutte le istanze di rivendicazione possibili, si presenta nella forma classica del “partito” o del “movimento” e nello stesso tempo non si riconosce in nessuna forma di rappresentazione “classica” quale il partito o il movimento. Succede che in giro si cominciano a sentire cose come queste:

«Ci hanno portato via i diritti sovrani. Serviamo solo a riempire i sacchi del capitale internazionale con i tassi di interesse […]. Tre milioni di persone non hanno lavoro e sostentamento. I funzionari, è vero, lavorano per nascondere la miseria. Parlano di misure e fodere d’argento. Le cose stanno andando sempre meglio per loro, e sempre peggio per noi. Sta svanendo l’illusione della libertà, della pace e della prosperità che ci era stata promessa quando abbiamo deciso di prendere il destino nelle nostre mani. Da queste politiche irresponsabili non può che venire il completo collasso del nostro popolo».

Chi l’ha detto? Joseph GoebbelsNoi chiediamoDer Angriff, 25 luglio 1927 n. 4, citato in Srećko HorvatI nazisti vivono sulla Luna? in Slavoj Žižek, Srećko Horvat, Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, Verona 2014, pp. 51-52.

Fa impressione scoprire che queste parole, oggi perfettamente a loro agio nella bocca di tutti noi, le abbia pronunciate l’allora futuro ministro della propaganda del Terzo Reich. Ma in effetti, a pensarci bene, non c’è niente di scandaloso. Cosa dicono di male? Assolutamente nulla. Rivendicano diritti naturali, ovvi, banali, popolari appunto. Rivendicazioni su cui chiunque sarebbe d’accordo. Qui non si tratta di un preambolo al nazismo, qui non c’è ancora alcun nazionalismo, alcun primato del popolo tedesco e della sua razza. In queste parole di Goebbels non c’è ancora il Goebbles che conosciamo, qui c’è ancora solo il popolo, massa informe e generica che aspetta solo di essere “riempita” da qualcosa, da qualcuno che non faccia altro che raccogliere questo disperato bisogno di rappresentanza, non importa da chi. Siamo nel 1927, sei anni dopo il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori raccoglierà quella richiesta.

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Si dice che a maggio l’Europa sarà di nuovo assediata dal populismo. Il dibattito pubblico, di fronte a questa minaccia senza forma, reagisce nei modi che può, si scandalizza, si preoccupa, si esalta. In ogni caso quello che è certo è che questa ondata populista che sta per travolgere il Vecchio Continente sarà, ancora una volta, il segnale di un forte desiderio di cambiamento. Ma da parte di chi? Ancora una volta, da nessuno, soltanto dal popolo, da qualcuno da cui ancora nessuno ha raccolto questo desiderio di cambiamento. Allora una cosa è chiara, l’istanza politica dei nostri giorni è una sola: le cose non possono continuare ad andare così. Istanza che, per essere ancora più efficace e fare un passo in più oltre il populismo, si può tradurre così: le cose possono benissimo continuare ad andare avanti così, ma ciò non è bene.
Come massa informe, irrappresentabile, come humus della comunità, il “popolo” non potrà mai dirci cosa bisogna fare per cambiare le cose: egli non ha bisogno proprio di nulla, se non di sé stesso. Il popolo si autodetermina come popolo: come popolo schiavo di qualcuno o padrone di sé, ma pur sempre popolo. Essendo la fondamenta della comunità, lui non vuole niente da “noi” perché si pone fuori da “noi”, fuori dalla comunità. Il popolo non è parte della comunità ma proprio ciò in cui si riconoscono tutte le parti che compongono la comunità. E’ il munus, l’humus. Sarà sempre una rivendicazione particolare a fare pratica politica per il popolo, giammai il “popolo”.
Dove andrà a finire l’estremismo populista galoppante che sta per travolgere l’Europa? Questo dipende, appunto, da “noi”, dalla comunità europea. La prima cosa da tenere presente è che non siamo nel 1927 ma nel 2014, perciò non esiste alcuna possibilità di un ritorno del terrore totalitario, semmai qualcosa di più concreto, tipo la sproporzione sempre più ampia tra persone ricche e persone povere, lo sfruttamento sempre più intensivo e aggressivo delle risorse umane e naturali. In una parola, il peggio che potrà capitarci è proprio niente: nessun cambiamento, solo la perpetuazione di quello che già stiamo facendo da tempo, nient’altro che il vecchio e affidabile sistema economico che ci regge da cent’anni a questa parte: il capitalismo.
Insomma, il peggio che potrà succedere all’Europa dopo l’ondata populista che sta per travolgerla è solo la sempre più ferrea convinzione nella maggior parte delle persone (soprattutto nella testa di quelle centinaia di migliaia che formano la burocrazia economica e politica dell’Europa) che le cose non solo devono continuare ad andare così, ma anzi devono continuare ad andare ancora più di così, ancora meglio: più investimenti, più denaro, più occupazione, più sviluppo, quindi più austerity dove si spende troppo e più spesa dove si spende poco. Quindi, inesorabilmente più banche, più mercato finanziario globale, più gadget, più moneta, più capitale, e soprattutto meno leggi per regolamentare il mercato finanziario.
La domanda che dobbiamo porci allora è questa. Vogliamo che la volontà generale e informe del populismo la raccolga l’attuale politica economica, la più estremista ed efficace che ci sia mai stata nella storia dell’uomo, quella che una volta si chiamava “capitalismo” e che ora si chiama semplicemente “economia”; oppure vogliamo che a raccogliere un’istanza di cambiamento senza rappresentazione sia una visione del mondo non imperialista, un mondo dove la ricchezza è semplicemente meglio distribuita, un mondo dove “economia” non può essere solo questa economia?
Il vuoto populista, il vuoto del munus, il vuoto fondamentale della comunità ci sta dicendo che una comunità buona non è una comunità che rivendica le istanze dei singoli, e nemmeno quelle di tutti, ma è una comunità che rivendica l’istanza della propria comunità, quella di una comunità in un mondo dove ce ne sono tante altre con le proprie necessità e i propri bisogni. Le rivendicazioni generali di un “popolo”, senza alcun contenuto concreto se non un generico “basta tutti a casa”, pur essendo slogan vuoti saranno destinati in ogni caso ad essere raccolti da qualcuno che non sarà altro che o una forza resistente al cambiamento o una forza che vuole un cambiamento. Ci sarà un’orgia di contenuti e rivendicazioni, un’ondata populista appunto, che non farà un passo avanti finché qualcuno non farà propria questa rivendicazione. E il popolo lo lascerà fare.

* del termine munus come concetto base per comprendere l’essenza della comunità il mio riferimento è Roberto Esposito.

Nelle foto, a partire dalla prima, in parabola ascendente, una scena di Gli onorevoli di Sergio Corbucci; Beppe Grillo alla Camera dei Deputati; Alexis Tsipras.

Che cos’è il corpo

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«All’inizio degli anni settanta si poteva vedere nelle sale cinematografiche parigine uno spot pubblicitario che reclamizzava una nota marca di collant. Esso presentava di fronte un gruppo di ragazze che danzavano insieme. Chi ne ha osservato, anche distrattamente, qualche immagine, difficilmente avrà dimenticato la speciale impressione di sincronia e di dissonanza, di confusione e di singolarità, di comunicazione e di estraneità che emanava dai corpi delle danzatrici sorridenti. Quest’impressione riposava su un trucco: ogni ragazza era filmata da sola, e, successivamente, i singoli pezzi venivano composti insieme sullo sfondo dell’unica colonna sonora. Ma da quel facile trucco, dalla calcolata asimmetria nei movimenti delle lunghe gambe guainate nella stessa merce a buon mercato, alitava verso gli spettatori una promessa di felicità che concerneva inequivocabilmente il corpo umano.
La mercificazione del corpo umano sembrava insieme riscattarlo dallo stigma dell’ineffabilità che lo aveva segnato per millenni. Sciogliendosi dalla doppia catena del destino biologico e della biografia individuale. Nei balletti delle girls si compiva così il secolare processo di emancipazione della figura umana dai suoi fondamenti teologici che si era già imposto all’inizio del XIX secolo quando l’invenzione della litografia e della fotografia aveva incoraggiato la diffusione a buon mercato delle immagini pornografiche.
In un certo senso, il processo di emancipazione è antico quanto l’invenzione delle arti. Poiché dall’istante in cui una mano delineò o scolpì per la prima volta una figura umana, già in essa era presente a guidarla il sogno di Pigmalione: formare non semplicemente un’immagine al corpo amato, ma un altro corpo all’immagine.
Che ne è oggi della sommessa, insensata promessa di felicità che ci veniva incontro, nella penombra delle sale cinematografiche, dalle ragazze inguainate nei collants Dim? Mai come oggi il corpo umano - soprattutto quello femminile - è stato così massicciamente manipolato e immaginato da cima a fondo dalle tecniche della pubblicità: l’opacità delle differenze sessuali è stata smentita dal corpo transessuale, la mortalità del corpo organico messa in dubbio dalla promiscuità col corpo senz’organi della merce, l’intimità della vita erotica confutata dalla pornografia. Tuttavia il processo di tecnicizzazione, invece di investire materialmente il corpo, era rivolto alla costruzione di una sfera separata che non aveva con esso praticamente alcun punto di contatto: non il corpo è stato tecnicizzato, ma la sua immagine. Così il corpo glorioso della pubblicità è diventato la maschera dietro la quale il fragile, minuto corpo umano continua la sua precaria esistenza, e il geometrico splendore delle girls copre le lunghe file degli anonimi ignudi condotti alla morte nei Lager o le migliaia di cadaveri martoriati nella quotidiana carneficina sulle autostrade.
Appropriarsi delle trasformazioni storiche della natura umana che il capitalismo vuole confinare nello spettacolo, compenetrare immagine e corpo in uno spazio in cui essi non possano essere più separati, questo è il bene che l’umanità deve saper strappare alla merce al tramonto. La pubblicità e la pornografia sono le inconsapevoli levatrici di questo nuovo corpo dell’umanità».

Giorgio AgambenLa comunità che viene, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 41-44.

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Il corpo, di per sé, preso così com’è, desimbolizzato, desessualizzato, è orrendo. Non è il corpo morto, perché il corpo morto è già qualcosa di più di un corpo, è lì in quanto corpo da seppellire. Invece il corpo in quanto è ciò che l’uomo abita per vivere, è una cosa senza cosalità: un ammasso di carne flaccido, un insieme di organi disgustosi. E’ il corpo senza che sia per noi, in realtà non è neanche propriamente un corpo, non essendo proprio di nessuno. Non è neanche un corpo senza di noi (il corpo morto), è piuttosto il corpo senza nient’altro che sé stesso, senza che sia abitato da nessuno. Stiamo parlando quindi di un corpo inesistente nel senso che non può esistere: un corpo o è morto o e vivo, non c’è una terza via. L’immagine di un corpo, l’immagine che raffigura, ritrae, ritaglia, rappresenta, simbolizza è già qualcosa di più di un semplice corpo. Il corpo come corpo è un corpo senza immagine, è un corpo inesistente e inimmaginabile. 
All’opposto c’è l’immagine senza corpo, l’immagine di un corpo che è la sua stessa immagine e nient’altro, che si identifica con la sua immagine: è il corpo venduto, il corpo della pubblicità.
In mezzo, tra il corpo come corpo di se stesso e il corpo come immagine di sé, tra il corpo desimbolizzato e il corpo mercificato, c’è il corpo tal qual è, il corpo qualunque, il corpo che è la sua immagine e di cui la sua immagine ritrae e rappresenta un corpo, e che infine fa di sé stesso e della sua immagine la sua corporeità. E’ il corpo che non fa iato tra sé e la sua immagine, fa differenza ma non fa di questa differenza la sua identità. E’ il corpo che sa di essere un ammasso di carne disgustoso, ma sa anche di essere la sua immagine. E’ quel corpo che non si accontenta della sua statua, della sua immagine, della sua riproducibilità anonima, ma neanche del suo essere un mero corpo.

Philip Seymour Hoffman è una copia

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L’attore è il suo corpo, con cui scompare e ricompare nel personaggio che interpreta. Scompare e ricompare per non ritornare uguale a prima, ma come copia.
Ha il suo corpo come si indossa un abito.
Per scrivere A sangue freddo, Truman Capote si è calato nel macabro per far riemergere la cruda, nera, fattualità del fatto, sconvolgendo la sua stessa vita, proprio come l’attore che brutalizza il suo corpo per farne l’oggetto di un personaggio. Entrambi offrono un romanzo-verità, la finzione di un racconto vero.
La magia del cinema non sta nell’uguaglianza della rappresentazione con il rappresentato, ma nella disuguaglianza, in questa brutalità tra ciò che è messo in scena e la messa in scena, tra questo sparire della cosa e il suo ricomparire nella forma della sua rappresentazione. 
L’attore non è uguale a chi interpreta, è una copia, l’attore fa la copia, la parte della copia.
Non sto vaneggiando. E’ facile:
C’è Capote e Capote. Il primo è l’idea, il secondo la copia.
Aveva ragione Platone a dire che la copia resta la copia, non sarà mai all’altezza dell’idea, e meno male!, altrimenti come distinguere attore e personaggio, idea e copia, cosa e rappresentazione. Sai che macello.
Capote ha scritto un romanzo-verità, Philip Seymour Hoffman ha interpretato Capote, ha fatto la copia.
Ora, cosa è bello, l’idea o la copia, Capote o Philip Seymour Hoffman? Ovviamente Hoffman.
Capote è vero, Hoffman è bello. Il primo è solo il vero Capote, è se stesso, non ha fatto la fatica di scomparire e ricomparire, come fanno gli attori, come fanno le copie.
Gli attori sono quelli che scompaiono per ricomparire come copie.
Il cinema non ha a che fare con la verità, ma solo con copie. E’ in gioco anche la verità nel cinema, visto che si tratta di copie di qualcosa, ma ciò che conta è che non si tratta di verità da prendere sul serio. E’ solo cinema.
Si tratta del momento in cui scompari e ricompari. Del buio della sala prima che la luce dello schermo ti investa. Di questa soglia.
La magia del cinema sta nella visione dell’articolazione di questo gioco tra verità e copia, tra coprire e scoprire, dal farsi catturare da una luce fittizia, una copia, e bearsi di questa magica visione. Perciò quando superi i 24 fotogrammi al secondo si perde la magia, perché le cose cominci a vederle per quelle che sono, non vedi più copie ma solo cose senza rappresentazione, e il cinema ti sembra soltanto un documentario ad alta definizione da prendere sul serio, quando è solo cinema.
Il cinema è la sensazione di stare nella caverna di Platone con la consapevolezza di poter uscire quando si vuole. Come a dire: il mito dice che dovremmo uscire, io dico invece che dovremmo entrare.
La morte violenta, improvvisa, di un attore bravo tocca particolarmente gli spettatori perché l’attore scompare. Scompare in primo luogo senza avvisare, senza invecchiare, e in secondo luogo senza ricomparire più come copia, senza ricomparire più per nulla.
Muore veramente, non soltanto come copia, e riesce a farci sentire la sua mancanza nonostante Hoffman, come tutti gli attori, sia per gli spettatori soltanto una copia.

Il maestro assoluto

«Lei sta per distruggere ciò che pretende di fondare, si tratti di una scuola o di un patto di fede con i Suoi amici. 
Lei in realtà delinea soltanto la sua relazione di singolarità, di autoesclusione e di rigetto nei confronti di ogni istituzione collegiale. Nelle Sue requisitorie, Lei confonde strutture e istituzioni. La sola struttura in questione nel Suo atto di fondazione è quella che riguarda Lei più l’analisi più il seminario. Ma Lei ha escluso una quarta componente fondamentale: il riferimento all’avversità.
La difficoltà dei Suoi rapporti con ogni gruppo indipendente, soprattutto se è composto di veri amici, La riconduce sempre al principio del rapporto privilegiato, della fiducia personale che fonda il patto a due solamente sulla complice intesa contro qualsiasi terzo, Lei divide per non regnare mai. La Sua difficoltà a considerarsi riconosciuto, famoso e irrefutabile La porta a ripetere le operazioni di commando sullo stesso terreno di una vecchia guerra in fondo già vinta. Ci attendiamo da Lei un governo sereno, basato su una teoria già ampiamente articolata; e non più esercizi temerari da vecchio partigiano con la vocazione del desperado».

Lettera di François Perrier a Jacques Lacan, 12 gennaio 1965, sette mesi dopo la fondazione dell’École Freudienne de Paris, in Elizabeth RoudinescoJacques Lacan. Profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero, Raffaello Cortina, Milano 1995, p. 344.

La risposta (in sintesi, sempre in Roudinesco) di Lacan, lo stesso giorno:
«Io non divido, né aspiro a regnare. O siete tutti con me, oppure restate insieme: tuttispero, ma senza di me».

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